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Facciamo un bel lettone, Dantino?


[...] Federico dormiva poco, aveva l' insonnia, sognava ad occhi aperti ... Mi chiamava Dantino, Ferrettino. Per la "Città delle donne" mi chiese: dov' è che i ragazzi si masturbano? A letto? E allora facciamo un lettone... Il lettone è nato così. La biglia sfasciamuri di "Prova d' orchestra" è venuta invece da un film che avevamo appena visto con Paul Newman a New York, muratore. Per "La nave va" mi fece impazzire a costruire un bilico enorme per far oscillare il transatlantico ricostruito in studio. Poi ci salì, gli venne il mal di mare e da quel momento il bilico si fermò. Federico fece muovere solo la macchina da presa [...] 


da un'intervista al Corriere della Seradi Paolo Brogi, 10 ottobre 2004. Proteggete la conoscenza, condividete questo post, con chi amate preferibilmente, i pulsanti sono in basso, e se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. 




Il timore del peggio




In E la nave va io ho espresso, più o meno sinceramente, 
più o meno artificiosamente [...] il senso di smarrimento che c’invade. Il timore del peggio è uno stato d’animo o un presentimento con il quale conviviamo 
da lungo tempo e che non sembra destinato ad abbandonarci. [...]  

 




Fellini.  Raccontando di me, conversazioni con Costanzo Costantini
Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 182-185 
Proteggete la conoscenza, condividete questo post, c'e' anche uno spazio vuoto per i pensieri o i sentimenti, che voleste condividere, se quello che leggete vi riguarda. Grazie).


Ci manchi


Gilberto Tura, Serravalle – 
Repubblica di San Marino

Lettera ad un giornale locale






(…) Parallelamente all’interesse per la filmografia e l’opera,  mi hanno sempre molto incuriosito e affascinato la personalità  e i tratti umani e caratteriali di Fellini, tanto da subire una fascinazione e provare un autentico godimento nel sentire la sua 

vocina, spesso infastidita nel dover rispondere a domande che  probabilmente giudicava banali o che riteneva violassero la sua intimità artistica, nelle tante interviste che ha rilasciato. Il suo parlare e il suo linguaggio, poi, mai retorico, mai scontato, ben lungi dall’usare aggettivi, espressioni standardizzate, erano ricchissimi di sfumature, di spunti, suggestioni che mi trasmettevano un intenso piacere interiore. (…)



Per farle capire quale ruolo Fellini ha avuto nella mia “educazione esistenziale” le confesso che un giorno venni assalito da una strana forma di angoscia derivante dall’improvvisa consapevolezza (all’epoca avevo poco più di vent’anni) della caducità dell’esistenza umana secondo la quale anche Fellini (che all’epoca aveva passato i 60) un giorno, forse neppure tanto lontano, non sarebbe più stato un mio contemporaneo e il fatto di sapere che prima o poi non avrei potuto più condividere con lui lo stesso tempo mi ha fatto sentire come un futuro orfano. 



La sua presenza mi dava sicurezza, mi garantiva che il mondo, lui vivente, sarebbe stato un po’ meno orrendo: lo avvertivo come una protezione da una società sempre più marcia e incomprensibile. Un punto di  riferimento, una certezza su cui l’umanità poteva contare. 

Poi la morte è sopraggiunta inesorabile e anche un po’ precoce e questo sentimento mi è ricomparso, e ai primi di novembre del 1993 sono andato a omaggiare la bara del maestro, assieme a molti romagnoli, nel foyer di quel che resta del teatro Galli di Rimini (conservo ancora un primo piano a colori del regista con il naso posticcio rosso e rotondo da clown che veniva distribuito ai presenti). 

Di Fellini è stato autorevolmente detto e scritto moltissimo; non sono certo io la persona più adatta ad aggiungere un giudizio originale; ma ricordo una frase in risposta a un intervistatore che a mio parere non potrebbe meglio riassumere il senso della sua poetica: «Non è importante che la storia sia vera o verosimile, l’importante è che sia vera e autentica l’emozione rappresentata».



La fama di bugiardo è del tutto inappropriata e irrilevante riferita a Fellini perché la sua opera è la testimonianza di una sincerità assoluta, struggente, in cui l’artista ha riversato interamente se stesso, con tutte le energie disponibili, fino al punto a volte da imbarazzare lo spettatore, senza mai dare l’impressione di risparmiarsi. Solo ai grandissimi artisti è  concesso questo privilegio. Ecco, le affido una breve dichiarazione d’amore (forse un po’ sgangherata) da parte di un amante di cinema nei confronti di un genio che lei ha avuto il privilegio e la fortuna di frequentare e conoscere molto bene.







Questo a
rchivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 




Generatore automatico di fantasmi



Dite qual è l'immagine di Fellini che vi ha più colpito e vi ha detto chi siete 
Fellini nelle mani della semiologia, gli sarebbe preso un colpo. 

Comunque la disamina del mare, del rinoceronte, della parabola del viaggio, del latte, sta anche qui. 


 In basso c'e' uno spazio per lasciare un messaggio, e farci sapere di essere passati di qui, e per condividere questo post con altri. 













La bacchetta magica che non vedi ma credi


«La sincronicita' Federico la vedeva ovunque.

La usava, per esempio, per scegliere gli attori. 
Trovò così Freddie Jones, per E la nave va.
 Il set era pronto e ancora non c’era il protagonista: Orlando. 
Restava da vedere solo un attore inglese. 


Jones arriva, Federico gli fa tre provini, lo boccia. 
Il produttore, Franco Cristaldi, era disperato. 
Però, Federico, dispiaciuto, 
si offre di accompagnare l’attore in aeroporto.
 In auto, Jones si appisola e Fellini quasi 
parlando tra sé e sé dice, 
guardandolo: “Chi sei tu? Come ti chiami?”. 

In quel momento, passano 
davanti a un manifesto e 
vede una scritta enorme: 
Orlando. Chi sei? 
Come ti chiami? Orlando. 
Mancava poco che ordinasse 
inversione a U sul raccordo anulare».


Filippo Ascione ricorda l'amicizia e le capacita' mediatiche di Fellini, 

 in questa intervista al Corriere della Sera, nel 2012, che trovate qui. A lui lascia la bacchetta magica ...  la sincronicita' a cui si fa riferimento e' quella di Jung e di altri sapienti antichi e meditatori.

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Una sola scena




"L'ultima ripresa de La nave va è un punto mai raggiunto da nessun'altra cinematografia al mondo"








La frase, secca e professionale, e' del regista Sidney Lumet, nominato 14 volte agli Academy Award.  La sua vita in inglese la trovate qui. Questo archivio funziona per libere associazioni, cercate da soli, lasciate un messaggio, proteggete la conoscenza.  


Questioni aristoteliche

"Verso il cinema ci sta un giudizio riduttivo, forse. Il cinema credo, forse un po' enfaticamente, sia un'arte che ha le stesse esigenze delle altre. Ad uno scrittore non diresti mai, mi meraviglio che gli accapo li metta lei, avverbi li mette lei, li aggettivi li mette lei, invece che affidarli ai suoi collaboratori. E ad un pittore non diresti mai, ma questo verde proprio lo ha messo lei?.

Il cinematografo, a differenza della pittura e della pagina scritta, sul piano realistico, ha delle esigenze legate alle azioni, al fatto che i personaggi si muovano, parlano. Non sono immagini che sono in delle sfere personali, come il lettore, al cinematografo invece devi essere espressivo, allusivo ma anche credibile, concreto. In questa biblioteca dovevano esserci grandi poltrone, di lettori di cento anni fa, insomma questa poltrona doveva essere la poltrona.

Se scrivi metti la poltrona, se fai il cinema devi di una, devi trovare la poltrona, quella esatta. Le poltrone sono importantissime".




Il video da cui traggo questo passaggio per intero, dura circa venti minuti, lo trovate qui; (video un poco amatoriale, televisivo, ma che ripropongo lo stesso, che infondo, sotto fondo, si sentono anche alcuni di questi suoni dal vivo che per almeno due, se non tre, fasi di pre-montaggio  e montaggio sono poi la colonna sonora autentica, provvisoria, la traccia della vita del film come lo hanno vissuto i suoi protagonisti e fattori, un processo di lavorazione oggi poco praticabile, ma che Fellini amava, e ne parla altre due volte anche in questo spazio). Questo piccolo archivio funziona  in maniera personale, per libere associazioni, come un sogno o una mappa neuronale, cercate voi stessi, non cercate legami tra immagini e testi che non ce ne sono, invece se lascerete un messaggio farete qualcosa di apprezzabile e rispettoso verso questo lavoro.

Stop, va bene!




Andrea de Carlo racconta il diario, quasi un romanzo, tratto dalla sua esperienza sul set del film La Nave va. Lo intervista, come scrittore, anche sugli attori inglesi di teatro, sullo scrivere, e sulle comparse trovate a Napoli per caso, e in generale sulle ragioni del silenzio durante e dopo il film:

 "il cinematografaro prova sempre disagio davanti a chi si esprime colla letteratura. Per fortuna siamo un poco amici, e cosi va meglio. A me non riesce di parlare molto fedelmente colla mia creatura, viene sempre messo in discussione, rinnegato, una mattina senti che il tuo film non ti saluta, ti viene incontro, oppure ti volta le spalle. Una storia non e' niente, e' il sentimento che mi trova imbarazzato. E allora preferisco inventare altre storie, almeno per gli amici giornalisti. Di tutte le fasi devo dire che la piu' delicata e' il cast. Con un attore posso spiegare meglio, se non e' un attore, ma e' solo il personaggio, la faccia, forse e' quasi meglio, si muovera' da solo, con quella autonomia che gli e' propria, che sia la condizione ideale, per dare ai personaggi freddi sulla pagina, per dare l'impersonale, unico, imprevedibile, che ogni creatura umana porta con se'. Devo dire che li ammiro molto, gli attori, fin da bambino. La loro voce, parrucche, riccioli, i colori, credevo che vivessero cosi', anche dopo". 

  Qui il video integrale.