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Le parti mancanti del passato



“Felice chi entra sotto terra dopo aver visto [idòn] quelle cose: conosce [oîde] il compimento della vita, conosce [oîden] anche il principio dato da Zeus” frammento di Pindaro (fr. 137)




Spoiler. 

Confesso: il mio film preferito.  

E nulla di quello che evoca, immagina, crea insieme a quel genio di Danilo Donati, e ci propone visivamente, e' cio' che resta dentro (detto rozzamente, poi lo vedete).  Molto dipende  che sono romana, circondata da sassi, epigrafi, suggestioni, presenze di questi Marziani che erano i Romani,  mentre Nino Rota lavorando sull'idea di sentirsi estranei uso' le musiche del teatro giapponese: interessante, no? . 



A proposito di Fellini-Satyricon ricorda: "Durante la convalescenza dalla pleurite allergica avevo riletto Petronio ed ero rimasto affascinato da un particolare che prima non avevo saputo notare; le parti mancanti, cioè il buio, fra un episodio e l’altro. Già a scuola, quando si studiavano i prepindarici, avevo cercato di riempire con l’immaginazione il vuoto fra i vari frammenti. […] Ma quella faccenda dei frammenti mi affascinava davvero. Mi colpiva l’idea che la polvere dei secoli avesse conservato i battiti di un cuore ormai spento. Convalescente a Manziana, nella bibliotechina di una pensione, mi capitò in mano Petronio: tornai a provare una grande emozione. Mi fece pensare alle colonne, alle teste, agli occhi mancanti, ai nasi spezzati, a tutta la scenografia cimiteriale dell’Appia Antica o in generale ai musei archeologici. Sparsi frammenti, brandelli riaffioranti di quello che poteva anche essere considerato un sogno, in gran parte rimosso e dimenticato. Non un’epoca storica, filologicamente ricostruibile sui documenti, positivisticamente accertata, ma una grande galassia onirica, affondata nel buio, fra lo sfavillio di schegge fluttuanti, galleggianti fino a noi. Mi pare di essere stato sedotto dall’occasione di ricostruire questo sogno, la sua trasparenza enigmatica, la sua chiarezza indecifrabile. 

Con i sogni, appunto, succede la stessa cosa. Essi hanno dei contenuti che ci appartengono profondamente, attraverso i quali noi esprimiamo noi stessi, ma alla luce del giorno il solo rapporto conoscitivo che possiamo avere con essi è di natura concettualistica, intellettuale. Per questo i sogni appaiono alla nostra coscienza così sfuggenti, incomprensibili ed estranei. Il mondo antico, mi dissi, non è mai esistito, ma non c’è dubbio ... Lo sforzo sarebbe stato quello di annullare il confine fra sogno e fantasia, di inventare tutto e poi oggettivare questa operazione fantastica, distaccarsene, per poterla esplorare come qualcosa allo stesso tempo di intatto e irriconoscibile".





"L’analogia c’è, ma non è stata voluta in modo consapevole. […] 

Si potrebbe dire per esempio che quella di Petronio è una società al tramonto alla quale seguirà un’epoca nuova, quella cristiana, con un indirizzo nuovo, un linguaggio assolutamente sconosciuto, che lascia gli uomini in un profondo smarrimento. Lo stesso smarrimento, forse, la stessa golosità di vivere, la stessa ricerca sgangherata di oggi di fronte alla sensazione che si sta verificando un mutamento molto profondo, al quale la nostra generazione non è preparata (e che perciò resta sull’altra riva a guardare delle forme confuse, che oggi possono essere la rivolta dei giovanissimi e tutto ciò che i giovani rappresentano o tendono a rappresentare: e che ieri, per i pagani potevano essere i primi cristiani". “Non si sa mai perché si fa un film piuttosto che un altro. Almeno io non lo so. E non mi interessa nemmeno di saperlo. Sollecitato da amici giornalisti posso inventare dei motivi, delle ragioni, chiacchierando in malafede di urgenze, coincidenze, analogie, sdegni, nostalgie e memorie. Sono tutte storie, una girandola di paraventi e di etichette che, in parte inconsapevolmente, hanno la funzione di proteggere la crescita imprevedibile e reale di ciò che voglio fare. Certo, un pretesto per partire è necessario, come è necessario andare alla stazione o all’aeroporto per iniziare un viaggio, ma che cosa sarà il viaggio, il suo senso segreto, il suo ritmo vitale se ne potrà parlare solo alla fine. Perché il Satyricon? Lo so meno di voi ..."



GRAZZINI 20042, pp. 136-137.  
Analoghe dichiarazioni si possono trovare in varie interviste rilasciate da Fellini sul film, ma qui in forma piu' distesa, dunque mi scuso per le eventuali ripetizioni che trovate in questo archivio, d'altro canto pensato come una mappa mentale, conoscete voi stessi. n particolare un’utile antologia di testi e notizie varie, oltre alla sceneggiatura e al trattamento, sempre sullo stesso grandioso esperimento di film storico, è raccolta in ZANELLI (a cura di) 1969.  F. Fellini in Erotismo 1969, p. 14. Rivista di teatro il Dramma, 1969





La nostra Chaplin

"... Insisto a dire, come vent'anni fa, che se la storia di Giulietta con il marito fosse stata più concentrata, meno distratta da elementi esteriori, da tutti quei costumi, da tanta psicoanalisi, sarebbe stata capita dal più grande pubblico. Perché è in ballo un problema come il matrimonio, che riguarda tutti. E la liberazione della donna, tirata fuori ben prima che se ne parlasse tanto..."




Frasi di GIulietta Masina, su Federico Fellini (che si sarebbe lui stesso fatto distrarre) Giulietta degli Spiriti.  

Giulietta 
è definita "female Chaplin", 

"Chaplin femme",
 "weiblicherChaplin", "Chaplin mujer" dalla stampa dell'epoca. 

Un'icona internazionale, un ruolo, che anche la cristallizzo', e professionalmente un poco anche la distrusse, nonstante l'Oscar. 

La relazione tra Gelsomina, i clown e Chaplin, non viene mai esplicitamente dichiarata da Fellini, ma trovate moltissimi accenni, e anche profondi e cangianti a questi temi, navigando nelle altre paginette di questo lavoro.  A ripensarci oggi mi sta molto simpatica.






Questo a
rchivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 




Shhhhhhh!




"Tutta la mia vita è piena di gente che parla, parla, parla, andatevene! Fuori tutti di qui!"




Qui uno dei progetti piu' belli trovati cercando in questo anno di ricerche in Rete e navigate a vista: viene realizzato all'estero, con le locandine internazionali del film. 
Bravi. 






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Il calcolo binario piu' antico







«Descrivono compiutamente l'intera avventura umana», diceva Fellini del Libro dei Mutamenti, uno dei piu' antichi libri di sapienza dell'umanita', basato su un calcolo binario e sull'uso delle metafore (quegli oggetti poetici delle volte, immagini per lo piu', che trasportano un significato da un luogo ad un altro, da un piano ad un altro). Jung li usava nell'analisi del carattere, e cosi' il suo analista Bernhard che aveva in cura anche Olivetti (e' noto a molti che Fellini ebbe una lunga depressione, una crisi esistenziale ed artistica, che duro', appunto, otto anni e mezzo).  Fellini ed Olivetti, così come il loro analista Bernhard, furono molto attenti alla legge di analogia (le cose che si assomigliano, dicevano i cinesi, sono regolate dalle stesse leggi) e dedicavano molto tempo allo studio delle metafore contenute nella vita di tutti i giorni. Entrambi inoltre usavano di piu' l'emisfero sinistro. Credeva certamente che, come dice Amleto, ci sono piu' cose tra cielo e terra che quante conta la nostra filosofia ... 


Bernhard scrive dell'I Ching: «Lo si interroga per il bisogno di interrogare un'istanza sopra-personale che sa più di noi, e alla quale ci rivolgiamo in una situazione cui non siamo capaci di far fronte con la sola facoltà di penetrazione della nostra persona».


Jung, citato da E. A. Bennet,  rispondendo a qualcuno che gli diceva che l'astrologia (una delle figlie di Jung era astrologa) non poteva essere provata: «Ma l'ho sempre saputo! Che senso ha dirmi che non può essere provata? Certo che no! Ciò che voglio sapere è perché funziona, poiché è stupefacente quanto possa rivelarsi utile. Se si vuole, non diversamente dall'I Ching, è priva di senso; tuttavia può essere del tutto pertinente: e allora? Naturalmente non è possibile provare sempre le cose. Ma ci può essere un altro tipo di verità; e può esser vero in base a qualcosa di cui non siamo a conoscenza. Quindi, se siamo ragionevoli, diciamo che non sappiamo come funziona; ma certamente può fornire un insight straordinario del carattere».


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Feel transparency


This chapter, taken from Aldo Carotenuto's book "Jung e la cultura italiana" (Jung and Italian Culture), reproduces a conversation with Federico Fellini, his strange encounter with Ernst Bernhard, the founder of analytical psychology in Italy, and the productive relationship which was created and change his art and life.



(...) Fellini described to me his visit to Jung's Tower in Bollingen. 


Situated on a lakefront, that tower--apropos of which Fellini had already read the chapter dedicated to it in Jung's Memories, Dreams, Reflections--impressed him as being gigantic, and yet something which might have been constructed by a child, something modeled in clay. 


That air of a humble dwelling, but also in a sense a miniature theater, along with the fact that Jung had applied himself with the humility of an old actor, one who recites the roles of ancient Caucasian shepherds, according to a simple and mysterious ritual, aroused in Fellini a sentiment almost of reverence. Everything there was very congenial to him, also because--along with the attempt to reproduce something of antiquity, medieval, there was also that touch of the theatrical.
Fellini and his friends were received by the youngest of Jung's grandsons. 

The boy, who had seen Fellini's films and held him in particular esteem, led them to a small room which, they were told, was not usually shown to anyone since, as the boy admitted frankly, the thing embarrassed him considerably. 


They went up a stone staircase and opened a small door. The impression was initially one of total darkness. Then Fellini dimly perceived a very small space with two tiny Gothic windows of thick alabaster and walls painted by Jung himself--the mandala and a study of various myths. Then there was a collection of small objects, statues, an incredible bric-à-brac, and in a corner the robe of a magician (an initiate or guru).


 The young man explained to them how his grandfather had spent hours and hours there. While this place, so saturated with significance, left Fellini's friends perplexed, it inspired in him an impression of intimacy, somewhat akin to having discovered a secret vice, which in his eyes rendered Jung more human and thus greater; closer and at the same time more mysterious. 

In fact, it exuded that humanity essential to ancient rituals which have no need of an elaborate production, and there was also something of the Bantu witch doctor. If a scientist, a philosopher, a thinker, of Jung's caliber, had accepted the conditioning and limits of a ritual which--at least in our eyes--is somewhat ridiculous, then obviously he would have had his own reasons and have truly progressed beyond what usually passes for dignified behavior. This revelation of Jung as more human and at the same time more mysterious aroused in Fellini a joyful respect.


Fellini never met Jung personally. In fact, until he met Bernhard he knew little or nothing of psychoanalysis. It was Bernhard who introduced Fellini to the writings of Jung. Of course, Fellini had not read everything, also because some of Jung's writings are technically initiatory; for example, he did not finish Psychology and Alchemy, but he read Psychology and Religion, The Ego and the Unconscious, Psychological Types, Answer to Job, and above all Memories, Dreams, Reflections.

 Needless to say, meeting Bernhard was an extremely important event in the life of Fellini. 
The atmosphere of their encounter was a strange and exceptional one--which was only to be expected in an encounter of this type. Fellini was suffering from a malaise which he could only vaguely define; existential as it were, but with effects going slightly beyond neurosis. That encounter occurred in 1960-61--that is, after the filming of La Dolce Vita. He had experienced similar phenomena also as a boy, except that then he had considered the thing to be quite normal - and, basically, perhaps it was. Fellini believed that such experiences are common to everyone, but that they are forgotten, suppressed by the intellectual barrier of defense which is created. He, however, remembered. Following various periods of nervous tension, or perhaps simply because it was inevitable, at around 33 or 34 years of age, Fellini again began to experience strange phenomena, things that had no connection to daily normality. This condition was intensified by his new, somewhat magical interest in a certain type of literature. In fact, Fellini's plunging with a greedy curiosity into the reading of rare texts on initiates, prophets and conjurers only stimulated a tendency, an openness, a particular capacity for contact which he naturally possessed. Also, his profession, which involved operating in the sphere of the imagination, must have exalted that predisposition to hallucinatory experiences, that sliding into a sort of twilight zone, where sensitivity becomes perception tinged with alarm. In one sense, he was tempted to let himself go, to proceed; however, he sensed the danger involved, and he was afraid. Without that sensation of terror when confronted with these phenomena--fascinating but completely mysterious--the experience would perhaps have gone even further. Instead, he was restrained by an uncontrolled fear.


One day, when subsequent to these experiences he felt himself waver--on the one hand tempted, and on the other alarmed him--he received a visit from a colleague with whom he usually had only rare contact. He had not seen the man for some time, in fact since he had attempted unsuccessfully to obtain the means to finish a film which had come to a standstill due to lack of funds. He imagined that he might still nurture some resentment towards him for that failure. Instead, however, he had come to tell Fellini that he had in the end succeeded in finishing his documentary--in any case, this was apparently the reason--and also to express his thanks for what Fellini had tried to do. 
Then, he suddenly said: "Do you know Dr. Bernhard?" Fellini said that he didn't. And the colleague: "He is an extraordinary man. A psychoanalyst. I am extremely grateful to him. The other day, we were talking about you and La Strada. 
Why don't you phone him?"


Now, all this was absolutely coincidental; he could know nothing of what Fellini was going through. When he left the telephone number, Fellini accepted it out of politeness. However, he had not the slightest intention of using it, also because he had already had an experience with an analysis which had not been exactly a pleasant one. It had been during the filming of La Strada. He had fallen into a anxious, neurotic state to the extent that at one point, he felt as though he were being dragged under water. 
First there was the sun, light, friends, joy, work, then suddenly, everything changed. But before he realized that he had fallen into an abyss and that there would be some drastic changes if he did not succeed in finding some remedy, one or two months passed. 


During that time, the film itself also contributed to bringing back to mind episodes, remorse and anxiety. Consequently, his wife, seeing him so mysteriously troubled, perpetually on the verge of tears, suffering from insomnia, and having heard from a friend of a foreign, Freudian psychoanalyst, arranged a meeting. 


The analyst came, listened, and then said that he was very busy, which did not strike Fellini as exactly encouraging, at least from a therapeutic point of view, all the more so since Fellini really was desperate. However, an appointment was made for the following month which--as his condition, although intermittent and less acute, nevertheless continued--he decided to keep. Fellini was struck by the narrowness of the analyst's studio and when, after asking him to lie down on the couch, the analyst asked him: "How are you. Tell me, how are you?", Fellini, believing that the question was in reference to the contingent situation, answered "Slightly hemmed in, a bit suffocating... the office is so small." The analyst gave a start and blurted out: "What do you mean small?" Fellini had never imagined that someone who claimed to treat, to cure, could be so over-sensitive. Something else which struck him was the fact that immediately after the three quarters of an hour had passed, even in the middle of a discourse, the analyst announced that the session was over. 
Later on he explained how this was absolutely necessary in order to prevent the patient's forming a filial relationship which would be subsequently difficult to undo--which was true, but there are many ways to do the same thing. Above all, the things the analyst said were not his own, and Fellini had the impression of rigidity, a schema, a reference to preordained things. In the end, it seemed to him that the analyst was drawing upon useless old saws, and after the third session he stopped going.


Then, gradually, through his work and other private matters, that obscure thing, that sensation of sliding into a distressing dimension, seemed to become attenuated. However, the impression of something unsolved, something of which he understood nothing, remained. Thus we come, seven or eight years later, to the visit from the colleague who left him the telephone number of Bernhard, which Fellini did not immediately use. However, as Fellini was in the habit of carrying around scraps of paper with various notations in his pocket, one day he came across that particular one with a telephone number and nothing else. Thinking that it could be the telephone number of a woman he had met, he phoned, somewhat cautiously, unsure of who might answer. At the other end of the line, a calm, male voice: 


"Hello."
Fellini: "Is Maria there?"
"No, I'm sorry, there is no Maria here". The man had a German accent.
Fellini: "Excuse me, but who am I speaking to?"
"Professor Bernhard".
"Oh, Professor, excuse me... it's Fellini."
"Oh, yes. It's a pleasure. What can I do for you?"


There was a short silence. Then in order to overcome his embarrassment, Fellini, hurriedly: "I have to talk to you", which was in fact not true. It was simply that he did not know how to cut short a telephone call made with completely different intentions.
But he went. A man with the air of an oriental master opened the door. Everything about the house pleased Fellini; the long corridor which reminded him of the labyrinths in the fun-fair, the peaceful air which permeated the studio. The place, it seemed, breathed spirituality. They sat down, opposite each other. Bernhard smiled:


"Tell me."
And Fellini: "I have nothing to say. I have the feeling that I am with someone who inspires in me a sensation of great peace." 
Then, Bernhard: "Do you know what I do? Who I am?"
"Yes, a psychoanalyst."
Then he spoke of La Strada. 
At the end, Fellini asked if he could come back, and Bernhard: "Yes, whenever you wish."



Then, for some time, he did not telephone, also because in fact he was undecided and unwilling to once more attempt to deal with the old problem of his anxiety. One day, however, not so much due to neurotic discomfort as the desire to see Bernhard, Fellini did phone. Bernhard recognized his voice immediately and gave him an appointment for the next half hour. From then on, they saw each other regularly, every week, without fail. When Fellini spoke of para-psychological phenomena, Bernhard listened with great interest, then said smiling: "You understand that we must consider all this from a psychological point of view"--thus disappointing Fellini slightly, who instead preferred seeing the thing in a magical light. Nevertheless, Fellini gradually became convinced that Bernhard was truly the right person, the friend, the master he needed. 
Thus, a relationship of friendship and total trust was formed, to the extent that one could say that 8 1/2 and Giulietta degli spiriti were created in the wake of this encounter; that is, not as narrative necessity, so much as an existential and ideological one. Or, in any case, although the themes for these films were already formed in Fellini's mind, the encounter with Bernhard and the reading of Jung's writings shed light on an aspect of which he was previously unaware. Fellini considered his relationship with Bernhard and the introduction to Jung's works true nourishment--assuming of course that the artistic type can have a reference point other than his own unconscious. Fellini recognized that Bernhard and Jung helped him to find something which is also a defense and a control The artist is saved by his own self-therapy because, in reality, the fact that one liberates oneself from encountered or evoked phantasms constitutes a continuous self-analysis.


According to Fellini, Jung is the psychoanalyst most loved and most nurturing for the artistic type, because he is a sort of guide, at the most dangerous crossroads, who protects without suffocating, precisely due to his conceptual construction which does not constrict, but broadens. Jung does not say what you must do, he tells you what you "can" do. He indicates the way, he does not accompany you to the established final goal, because there are no goals, but instead he encourages you to continue on, which in itself is already a heroic commitment. 
Consequently, in certain spheres, he is less popular, less understood and meets with more resistance justified by his apparent mysticism, by his apparently irrational aspects. Even today, despite the fact that his personages, figures, ideas, thought, become indispensable to survival, he is looked upon with suspicion and people speak above all of Freud. Freud is more protective, in the sense that he makes reference is to a kind of general code, adapted to all. 


But, returning to our encounter; Fellini recalled a dream he had--shortly before Bernhard's death--in which in fact Bernhard died. In the dream, when he knocked at the door of his beloved master to present his condolences, a youth of a mournful, languid aspect opened the door and led Fellini down the familiar corridor. They entered the studio where Bernhard was lying on the floor, dead, wrapped up like a mummy. The dream continued with the vision of the cadaver disappearing and Fellini's having the impression of his wrists being tightly clutched by the hands of Bernhard. The sensation was that this presence signified that Bernhard was not really dead, that although invisible he continued to make his presence felt. Fellini woke up disturbed and was undecided whether or not to describe the dream to Bernhard. He phoned to hear how he was and went to the studio shortly afterwards. Once there, perhaps impulsively, he described the dream. Bernhard was not disturbed; however, he became very serious and made no comment. 


Time passed, Fellini once more took up his film activity, and the two even went out to dinner together once or twice. Fellini was filming Giulietta degli spiriti and wanted Bernhard to see it; he mentioned this to Bernhard who accepted with pleasure.


One day, while working on the film, there was a phone call from a friend who informed him of the death of Bernhard. 

He broke off his work and rushed to Bernhard's home. The person who opened the door was the youth of the dream. When he saw him he experienced a powerful emotion. The youth led him down the corridor and then discreetly retired, leaving Fellini alone with Bernhard's body. Fellini thought that he was about to experience the second part of the dream and was vaguely alarmed, to the extent that he childishly asked Bernhard to remain still and not take him by the wrists. Subsequently, Bernhard appeared again in his dreams, but always in a pleasant, waggish way, a surprising presence. Doubtless, their relationship remained one of the most important elements in Fellini's life. Bernhard was like a father to him, in the true sense of the word, without changing anything--leaving intact Fellini's protracted adolescence, his playful sense--which allowed him to become detached, to see himself, without rejecting anything. And this is a great and miraculous thing. We have the impression that Fellini conserved a reassuring memory of Bernhard, the impression of having glimpsed another dimension, as it were. The dimension of an extraordinary man, one who although a scientist himself, referred to that other great Swiss magician with reverence. 


Certainly, Bernhard was truly fond of Fellini. He was amused and very curious about his activity, and he respected him. He was also very attentive as regards the particular perceptive capacity of Fellini. And in fact, they met during that period that Fellini acquired certain friends, including the two persons with whom he succeeded in creating an all enveloping, mediumistic situation. Fellini could recount truly surprising things, but he preferred to be taken at his word, without having to go into unnecessary detail.
Regularly, he described to Bernhard the things that happened, and he had to admit that Bernhard understood immediately that it was all authentic, all the more so since the persons who intervened knew nothing either of Fellini or the others involved. Bernhard wanted Fellini to write the description of those sessions, in which there was something of that vaguely moralistic aspect with which Catholicism re-acquired through mediums is often imbued, but also revealing aspects of a surprising lucidity and the impression of another presence, inside us and beyond. The things that were said, information, dates, episodes, belonged to the objective presence of a thought that was not and could not have been theirs. Then, that contact with certain persons and certain rituals, which however had nothing of the funereal or sinister, aroused Fellini's old capacity for extrasensory perception. This occurred in a less aggressive way than in the past, because meanwhile there had been the intervention of analytical psychology which had in some way corrected the angle. 


Fellini spoke of this with Bernhard, who encouraged him to remain unafraid: "When you feel these transparencies which are created in reality, remain firm, calm." It was one of those times when Bernhard said much more than he might have in his strictly analytical role. 
Fellini's impression of him was of someone extremely knowledgeable, who had experienced peculiar things and who spoke only when absolutely necessary. 


In fact, Bernhard gave him suggestions which quickly proved very effective--all this, calmly, with a smile. How can the significance Bernhard had for Fellini be expressed? Perhaps in the words of Fellini himself: "My relationship with him resulted in a kind of fecundation which although it has continued after his death, that death did however represent an interruption, because he was the master, the person waiting for me at certain points of arrival, at certain laps. Now, his memory accompanies me, but it is still a loss. Yes, I can only say that, it is a loss".




Translated from the Italian by Joan Tambureno This text is the result of a pleasant conversation between Aldo Carotenuto and Federico Fellini which took place in August of 1976.  
It is a translation from Aldo Carotenuto's, Jung e la cultura italiana (Rome: Astrolabio-Ubaldini, 1977). 

Non posso che dire questo



Vittorio De Seta, importante nome del cinema italiano, era già da tempo legato alla consuetudine dei “colloqui psicologici” con Ernst Bernhard quando decise di consegnare il numero telefonico dell’analista all’amico e collega Federico Fellini. I due registi si incontrarono in un momento difficile per Fellini, dovuto ad un impasse creativo e ad alcune particolari esperienze di tipo extrasensoriale che riteneva di aver vissuto. 

Lo stesso Fellini ha raccontato ad Aldo Carotenuto, che ha riportato la conversazione mantenendone l’alone fiabesco e misterioso caro all’artista romagnolo, di come avvenne l’incontro con Bernhard. Sollecitato da De Seta a contattare il medico berlinese, Fellini lasciò il numero, annotato su un biglietto, nella tasca di una giacca, rimandando la telefonata. Ma un giorno, ritrovatolo, decise di comporre il numero: egli era però convinto che fosse il recapito di qualche donna frequentata tempi addietro, e non avendone scritto il nome, decise di esordire con un : “Pronto, è Maria?”. Rispose l’accento tedesco di una voce maschile, che dichiarò: “No, sono il dottor Bernhard”. Dopo un rapido scambio di battute i due si diedero un appuntamento per conoscersi; è il 1960. Un inizio di rapporto, forse un po’ romanzato, ma che ben si addice a questi due poco ordinari personaggi. Il rapporto non è analitico in senso stretto, ma molto libero, nello stile bernhardiano, e consta di colloqui di tipo psicologico, lavoro sui sogni, conversazioni; talora i due proseguono le “sedute” nella pizzeria sotto casa di Bernhard. 




Egli diviene in breve tempo un punto di riferimento per il grande regista, che legge voracemente Jung, apprende la consultazione dell’I Ching, ed inizia soprattutto ad annotare quotidianamente i propri sogni, dando vita al 96 cosiddetto libro dei sogni (composto di quattro volumi scritti a mano), di cui sono stati pubblicati solo alcuni stralci e che giace in una cassaforte, non ancora consultabile per motivi notarili, presso la Fondazione Fellini. L’artista inoltre spesso dipingeva le proprie immagini oniriche, a volte illustrandole a mo’ di fumetto. Fellini è assai reticente nel parlare di Bernhard anche con gli amici, mantiene piuttosto segreti i suoi incontri con lui, per proteggere un legame che sente importante ed intimo: “quando è l’ora di andare in via Gregoriana sparisce e basta”. Bernhard aiuta Fellini non solo nell’indagare il mondo onirico, che diverrà di assoluta importanza per la sua successiva attività creativa, ma anche per placare certi stati d’ansia dovuti alle esperienze “extrasensoriali” del regista, e le fantasie che a volte eccedendo, lo spaventano, riconducendo le frontiere delle percezioni al loro aspetto psicologico; proprio in questi anni, fra l’altro, si collocano le esperienze felliniane con una “spiritista” romana ed il suo esperimento con l’Lsd. Il bagaglio degli incontri con Bernhard si fa prezioso per i film di Fellini, e ciò è facilmente intuibile in 8 e ½ e Giulietta degli spiriti oltre che nel successivo Satyricon ; ma in generale viene inaugurata una nuova stagione del cinema felliniano, in cui l’ inconscio fa la sua entrata in scena nel mondo di celluloide. Non a caso Fellini, in ripetute interviste, si dichiarò fortunato nell’aver incontrato l’opera junghiana, che lo stimolò nella vita e nell’arte.116 115 Kezich, T., 1987. 116 Fellini F., in Grazzini, G., 1983: “La lettura di qualche libro di Jung, la scoperta della sua visione della vita, ha avuto per me un carattere di gioiosa rivelazione, una entusiasmante, inattesa, straordinaria conferma di qualcosa che mi sembrava di avere in piccola parte immaginato. Devo questa provvidenziale, stimolante, affascinante incontro a una psicoterapeuta tedesco, il professor Bernhard.” 




 Lo stesso vale per Vittorio De Seta e per il suo film Un uomo a metà apparso sugli schermi nel 1966, un anno dopo la scomparsa di Bernhard; la pellicola si apre con una frase, che anticipa sintetizzandole le vicende narrate: “Non nascondere le tue piaghe agli occhi tuoi e degli altri poiché verranno a cancrena e sarà la morte, esponile piuttosto alla luce del sole e sarà la salute”. Subito dopo le prime inquadrature, fatto inusuale per il cinema di quegli anni, appare una dedica: ad Ernst Bernhard. Il film di De Seta, narrando la storia del giovane Michele, ripercorre e ripropone alcuni temi cari a Bernhard e a Jung, concentrandosi sul percorso evolutivo e trasformativo del protagonista. E si conclude con una citazione di Jung: “Ciò che prima dava origine a feroci conflitti e a paurose tempeste affettive, appare ora come una tempesta nella valle, vista dalla cima di un’altra montagna. Non per questo la tempesta è meno reale, ma si è sopra, non dentro di essa”, frase che allude al superamento della prova, ma che cozza con l’immagine del protagonista che nel finale è ancora avvolto nelle sue tenebre interiori, espressione probabilmente del lutto del regista per Bernhard. Nello stesso periodo anche Fellini lavora ad un progetto mai portato a termine, Il viaggio di G. Mastorna, lavoro che muove dalla perdita di Bernhard, fatto che aprirà un periodo emotivamente duro, in concomitanza alle fredde reazioni nei confronti delle ultime produzioni cinematografiche. Ne Il viaggio di G. Mastorna, copione illustrato, scritto nell’estate del 1965, si trova una sorta di tentativo di dare voce artistica ad una frase di Bernhard degli ultimi periodi di vita, cara a Fellini: “patire la morte in piena coscienza”. Il progetto non vedrà mai la luce, per le alterne vicende di Fellini e produttori: solo anni dopo, e a seguito di molte insistenze, il fumettista Milo Manara convincerà Federico a trasporre il lavoro in forma di fumetto, così come del resto era nato. 




 Concludendo, le riservate ed intime parole di Fellini su Bernhard: “Per quanto mi riguarda, anche se il mio rapporto con lui ha dato luogo ad una specie di fecondazione che è ancora attiva, la sua morte è stata comunque un’interruzione, perché era il maestro, quello che mi aspettava a certi traguardi, a certe tappe. Ora il suo ricordo mi accompagna. Ma comunque è sempre una mancanza. Sì, non posso che dire questo, è una mancanza”

 Forse anche per far fronte a quest’assenza, Fellini seguiterà a mantenere e a creare nuovi rapporti, sia personali che professionali, con gli allievi di Bernhard, come Trevi e Draghi, e visitando la casa di Jung a Bollingen, luogo privato cui riuscirà ad accedere per la sua notorietà, sarà accompagnato da Pignatelli e Carotenuto.


TESI DI LAUREA ERNST BERNHARD (1896-1965):  
Un “maestro scomodo” della psicologia del profondo  di  Mario Ganz Matricola N°433491 /PS 

Grazie della condivisione. 




La gioia della rivelazione


“La lettura di qualche libro di Jung, la scoperta della sua visione della vita, ha avuto per me un carattere di una gioiosa rivelazione, una entusiasmante, inattesa, straordinaria conferma di qualcosa che mi sembrava di avere in piccola parte immaginato. 

[...] Jung è un compagno di viaggio, un fratello più grande, un saggio, uno scienziato, veggente [...]. 




In fondo a questa paginetta ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere voi medesimi qualcosa: se lascerete un messaggio anche voi sarete passati da qui. La mappa che state usando funziona colle libere associazioni, conoscete leggendo, mentre in questa specie di archivio in movimento, le immagini ed i testi non hanno quasi mai relazione. Dove vedete scritto "QUI" si deve cliccare per ascoltare un audio o video.


Il pensiero dondola


"Il sogno 

dilata 


le cose"










In basso ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere pensieri o sentimenti, oltre ai pulsanti per condividere questo post con chi vi sta simpatico: se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. Proteggete il lavoro dei poeti, delle donne, condivide la conoscenza.
 










Sognare dentro di te



Il «vedere in maniera fantastica i paesaggi del mondo magico (...) non un mondo sconosciuto fuori di te, ma come un mondo dentro di te».



Questo archivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 


Come nutrire cio' che e' malato




L’umiltà scientifica di Jung di fronte al mistero della vita mi sembra più simpatica. I suoi pensieri, le sue idee, non pretendono di diventare dottrina, ma solo di suggerire un nuovo punto di vista, un diverso atteggiamento che potrà arricchire ed evolvere la personalità, guidandoti vero un comportamento più consapevole, più aperto, e riconciliandoti con le parti rimosse, frustrate, mortificate, malate di te stesso. Indubbiamente Jung è più congeniale, più amico, più nutriente per chi crede di dover realizzarsi nella dimensione di una fantasia creativa. Freud con le sue teorie ci obbliga a pensare; Jung invece ci permette di immaginare, di sognare, e ti sembra, addentrandoti nell’oscuro labirinto del tuo essere, di avvertire la sua presenza vigile e protettrice”.



Federico Fellini, 1983, discorsi a ruota libera, e liberatori, liberati, sulla sua terapia junghiana, svolta per molti anni, non so quanto episodicamente, dopo una gravissima crisi esistenziale, durata 8 anni. Certamente rivela anche una intensa attivita' di lettura, dei testi della psicoanalisi e grandi chiacchierate. Ora, questo piccolo archivio digitale funziona come una mappa mentale, usando le libere associazioni, nella colonnina alla destra dello schermo. Per questo anche sapere che siete passati da qui, condividendo un post o lasciando nello spazio bianco infondo a questa paginetta, un vostro sentimento, arricchisce questo lavoro.
 

L'angelo ed il bambino



“Quando dico: ‘il clown’, penso all’augusto. Le due figure sono, infatti, il clown bianco e l’augusto. Il primo è l’eleganza, la grazia, l’armonia, l’intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le situazioni ideali, le uniche, le divinità indiscutibili. Ecco quindi che appare subito l’aspetto negativo della faccenda: perché il clown bianco, in questo modo diventa la Mamma, il Papà, il Maestro, l’Artista, il Bello, insomma ‘quello che si deve fare’. 
Allora l’augusto, che subirebbe il fascino di queste perfezioni se non fossero ostentate con tanto rigore, si rivolta. Egli vede che le ‘paillettes’ sono splendenti; però la spocchia con cui esse si propongono le rende irraggiungibili. 

L’augusto, che è il bambino che  si caca sotto, si ribella a una simile perfezione;  si ubriaca,  si rotola per terra e anima,  perciò, una contestazione perpetua.Questa è, dunque, la lotta tra il culto superbo della ragione (che giunge a un estetismo proposto con prepotenza) e l’istinto, la libertà dell’istinto. Il clown bianco e l’augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello; si potrebbe dire, infine: l’angelo con la spada fiammeggiante e il peccatore”. 




[...] E’ un augusto che voleva essere un clown bianco. Meglio: è un Monsieur Loyal, il direttore del circo, che cerca di conciliare le due tendenze sopra un terreno obiettivo, imparziale. Picasso? Un trionfale augusto, spavaldo, senza complessi, sa fare tutto: alla fine è lui che la vince col clown bianco. Einstein: un augusto sognante, incantato, non parla mai, ma all’ultimo momento candidamente tira fuori dalla saccoccia la risoluzione dell’inghippo proposto dal furbo clown bianco. Visconti un clown bianco di grande autorità. Hitler: un clown bianco. Mussolini: un augusto. Freud è un bianco, Jung un augusto ....


Come aveva ammesso lui stesso nelle confessioni autobiografiche del libro Fare un film (Einaudi 1974), “il lavoro è, per me, un fatto di vita completo. Non riesco a compierlo in maniera distaccata, professionale. […] Il mio schema selettivo mi porta ad essere, […] l’anti-giornalista, l’anti-testimone”. 


E infatti “il cinema, voglio dire fare del cinema, vivere con una troupe che sta realizzando un film, non è come la vita del circo”?
La risposta è nella scena finale del film: il funerale del clown si trasforma tutto ad un tratto in altro. (i cavalli sono finti, il morto è finto, finta la disperazione).


Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 117. Ritratto di Giulietta, bambini al mare dal film Giulietta degli Spiriti. 
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Sussidiario Hikikomori




In dieci minuti inaspettatamente, sotto altre spoglie, trovate un questo video-clip pedagogico e giovanile (con quella traboccante ed inquietante estetica Hikikomori) che riassumme quello che un ottimo sussidiario potrebbe oggi dire del cinema di Federico Fellini, compresi alcuni fatti meno banali, e taciuti, come i suoi nemici, le facce, il doppiaggio, il colore, Beppe Grillo, Berlusconi


Bravi autori, troppo veloce il parlato, forse (ma creaturina tu perche' BarbieXanax ti si deve chiamare?): tenetevi forte, ecco qui il video.




Il finalino de l'Intervista citato nel link precedente si trova qui.  "Bisognerebbe riuscire a raccontare la luce - diceva a voce alta, tanto per suggerir qualcosa, un poco mentendo - che cosa sia la luce un regista sa benissimo. A quel raggio di speranza credeva e non credeva, ma forse non gli pareva poi tanto piu' importante della vita stessa, che ci pare invece fosse quella marcetta per lui, la sfilata clownesca tante volte richiamata per immagini, silenzi, dubbi e ritmo, e senza un vero finale. "Proviamo" diceva.