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La nostra Chaplin

"... Insisto a dire, come vent'anni fa, che se la storia di Giulietta con il marito fosse stata più concentrata, meno distratta da elementi esteriori, da tutti quei costumi, da tanta psicoanalisi, sarebbe stata capita dal più grande pubblico. Perché è in ballo un problema come il matrimonio, che riguarda tutti. E la liberazione della donna, tirata fuori ben prima che se ne parlasse tanto..."




Frasi di GIulietta Masina, su Federico Fellini (che si sarebbe lui stesso fatto distrarre) Giulietta degli Spiriti.  

Giulietta 
è definita "female Chaplin", 

"Chaplin femme",
 "weiblicherChaplin", "Chaplin mujer" dalla stampa dell'epoca. 

Un'icona internazionale, un ruolo, che anche la cristallizzo', e professionalmente un poco anche la distrusse, nonstante l'Oscar. 

La relazione tra Gelsomina, i clown e Chaplin, non viene mai esplicitamente dichiarata da Fellini, ma trovate moltissimi accenni, e anche profondi e cangianti a questi temi, navigando nelle altre paginette di questo lavoro.  A ripensarci oggi mi sta molto simpatica.






Questo a
rchivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 




Chaplin for ever


used this genius song by  

to underscore a scene in in

Here his most loved movies of all time:



  1. The Circus/City Lights/Monsieur Verdoux (1928,31,47, Charles Chaplin)

  2. Any Marx Brothers or Laurel and Hardy
  3. Stagecoach (1939, John Ford)
  4. Rashomon (1950, Akira Kurosawa)
  5. The Discreet Charm of the Bourgeoisie (1972, Luis Bunuel)
  6. 2001: A Space Odyssey (1968, Stanley Kubrick)
  7. Paisan (1946, Roberto Rossellini)
  8. The Birds (1963, Alfred Hitchcock)
  9. Wild Strawberries (1957, Ingmar Bergman)
  10. 8 1/2 (1963, Federico Fellini)



In fondo a questa paginetta ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere voi medesimi qualcosa: se lascerete un messaggio anche voi sarete passati da qui. La mappa che state usando funziona colle libere associazioni, conoscete leggendo, mentre in questa specie di archivio in movimento, le immagini ed i testi non hanno quasi mai relazione. Dove vedete scritto "QUI" si deve cliccare per ascoltare un audio o video.

Ferreri, il geniaccio opposto



Ritratti, note, appunti, di personaggi della cultura.  

Il libro e' fuori catalogo ma consultabile difficilmente qui
di Tullio Kezich, pubblicato da Guaraldi. 



CHAPLIN, CHARLES SPENCER (1989-1977)

Sempre enormemente ammirato da F. e ipotizzato come modello di certi suoi protagonisti, dal regista di 8 1/2 al giornalista di E la nave va. Una splendida divagazione di F. su Chaplin si trova nella cassetta Fellini racconta di Vincenzo Mollica. 


CONTROFELLINI. IL FELLINISMO FRA RESTAURAZIONE E MAFIA BIANCA 

di Pietro Angelini (Ottaviano, 1974) 
È il caso più unico che raro - e come tale meritevole di una citazione - di un intero libro scritto "contro" un autore cinematografico. Può essere portato come prova che nel corso della sua lunga carriera F. non fu affatto un nume venerato o un intoccabile monumento nazionale. Pietro Angelini è presentato in controcopertina come "autore di una ...come "autore di una singolare etnografia marxista del maschilismo inconscio" e curatore del volume collettivo Sport e repressione. 


FELLINI, URBANO (1894-1956)
La figura del padre, rappresentante di commercio, ricorre più volte nel cinema felliniano, da La dolce vita a 8 1/2, impersonato dall'attore veterano Annibale Ninchi (1887-1967). Ma è soprattuttto nel soggetto di Viaggio d'amore che si rivela più tenero e doloroso. Nel suo libro Maddalena descrive il padre, morto per un'ischemia alle coronarie, come "allegro, burlone, chiacchierone e pieno di fantasia".

FERRERI, MARCO (1928)
Produttore di Amore in città, che conteneva l'episodio Agenzia matrimoniale, F. ebbe con F. un rapporto simpatico. Più avanti, quando Ferreri si affermò come regista, i due presero a trattarsi reciprocamente in chiave di scherzosa rivalità. "Chi è il più grande di noi due?" diceva Federico; e Marco: "Ah, su questo non ho dubbi". 



BRANCATI, VITALIANO (1907-1954)
 Il bell'Antonio era una delle figure carismatiche dei caffè letterari di via Veneto, inaccessibili per il giovane F. 


FLAIANO, ENNIO (1910-1972)
Ormai c'è tutta una letteratura, alimentata da illazioni per lo più sgradevoli, sui rapporti ora affettuosi ora risentiti ora affettuosi ora risentiti fra lo sceneggiatore pescarese e F. che collaborarono a ben nove film. Se la vera biografia di Flaiano è ancora da scrivere, pagine molto vive sono quelle di Suso Cecchi d'Amico nel volume di ricordi Storie di cinema (e d'altro) (Garzanti, 1996) a cura della nipote Margherita d'Amico. 


BERGMAN, INGMAR (1918)
Il rapporto di reciproca ammirazione fra il grande regista svedese e F. funzionò meglio a distanza che faccia a faccia. Quando Bergman nel venne a Roma per discutere il film Tre storie di donne in cui il produttore americano Martin Poll voleva riunire tre episodi, girati separatamente da altrettanti grandi registi (in un primo momento era previsto anche Akira Kurosawa), sorse qualche difficoltà. Divenuto Love Duet, cioè Duetto d'amore, il progetto non andò oltre una cena all'Hotel Hassler, a Trinità dei Monti, dove (secondo la testimonianza di Mario Longardi) "entrambi i registi sembravano interessati soprattutto a far domande, ma nessuno di loro aveva la minima intenzione di raccontare il soggetto del proprio episodio". Sicché, con grande disappunto di Poll, Bergman e Fellini finirono per sfruttare i loro spunti separatamente: il primo per The Touch (L'adultera, 1970), il secondo per La città delle donne. Il nordico rimase tuttavia un irremovibile ammiratore di F. e alla Mostra di Venezia dell'84, trionfalmente acclamato dal pubblico dopo la proiezione pomeridiana della versione integrale di Fanny e Alexander, chiese come un particolare favore di potersi vedere da solo in una saletta sotterranea del Palazzo del cinema E la nave va. A F. scriveva chiamandolo "brother and friend". 





CABRINI, FRANCESCA SAVERIO (SAINT FRANCES XAVIER) 

Nata a Sant'Angelo Lodigiano, fondò nel 1880 l'ordine delle Sorelle Missionarie del sacro Cuore e nel 1889 fu mandata da papa Leone XIII negli USA per prestare assistenza agli emigrati italiani sempre più numerosi. In un crescendo di portentose attività imprenditoriali  di portentose attività imprenditoriali creò scuole, ospedali, orfanotrofi e conventi nelle due Americhe. Canonizzata nel diventò la prima santa americana. Sulla sua vita esiste un romanzo di Pietro Di Donato. Su consiglio di Salvato Cappelli, Giulietta si interessò per un certo periodo di un eventuale film (non diretto da F., ma prodotto dalla Federiz) in cui impersonare Madre Cabrini. 




QUALCHE DETTAGLIO PRATICO:   
Vedrete che ho trascurato quasi interamente pettegolezzi, e letture agiografiche e tutta quella narrativa marketing o delle fazioni della battaglia politica, a meno che non potesse essere utile a fare un ritratto dell'epoca, inoltre ho dato molto spazio alle cose minori, silenziose, come ad esempio Nino Rota, senza la cui presenza l'arte di Fellini non sarebbe universalmente nota e riconoscibile, per il suo suono,  come e'. 
Dove ho potuto ho citato la fonte. Le immagini non sono mai o quasi mai legate ai testi, per motivi di stile e per le stesse ragioni invece quando uscite dal sito dovete ritornarvi da voi. Qualche volta i brani sono in in lingua originale, soprattuto documenti e recensioni, e lo indico sempre. Le pochissime cose oltre a questa che ho scritto io medesima, e non sono pensieri di Fellini, o di interesse sulla sua storia nella storia culturale del paese o sulla sua poetica, di solito di altri artisti o suo cari amici, viene indicato anche nelle tag, come "la nana di fellini". 
Su Twitter, Pinterest e Facebook nel tempo, per motivi diversi, ho creato delle piccole vetrine, in inglese anche,  di questo progetto, che spero possa scuotere soprattutto il mondo della cultura e delle arti, e ispirarci. Siate gentili. 


Qui un marcetta "di Carlotta", composta pare, dal vero Maestro Rota.





Il gatto colle ali


"Io? Un monello che trasgredisce. 

Questo spiega una mia diversita' anche nella scelta dei personaggi che hanno voce nei mie film, molto piu' esterni, molto piu' ai margini, come il diverso, lo strano, il matto, il nano: questa scelta dipendeva un poco dalle cattive letture e un poco dalla mia inclinazione ad una forma di spettacolo popolare e al circo equestre, come il piu' popolare di tutti. 

"Se Rossellini è stato Omero per tutti noi, Chaplin è stato Adamo, discendiamo tutti da lui". 


L'eccesso, l'estraneo, il paranormale sono di casa, e all'estremo c'e' il vagabondo. Proprio quello di Chaplin, caricatura di un personaggio tra l'angelico e il feroce, con la vitalità' di un gatto e con momenti di presunzione filosofica".



FF, intervista, l'ultima, rilasciata a Goffredo Fofi e 

Gianni Volpe, nel 1993. Nella foto Argan alla consegna del Chaplin d'oro 
a Fellini per il film La dolce vita, dall'Archivio Luce del Senato.

Questo archivio funziona come una mappa mentale, e per questione di stile tra immagini e testi non ci sono che legami casuali; conosci te stesso potrebbe essere il suo motto, ma non lo e' per davvero, solo fate da soli. E siate gentili, lasciate un messaggio del vostro passaggio, condividete le paginette che vi fossero servite, in fondo tutto quel che serve. I link esterni, sempre indicati come QUI, portano fuori dal blog. 
 







L'angelo ed il bambino



“Quando dico: ‘il clown’, penso all’augusto. Le due figure sono, infatti, il clown bianco e l’augusto. Il primo è l’eleganza, la grazia, l’armonia, l’intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le situazioni ideali, le uniche, le divinità indiscutibili. Ecco quindi che appare subito l’aspetto negativo della faccenda: perché il clown bianco, in questo modo diventa la Mamma, il Papà, il Maestro, l’Artista, il Bello, insomma ‘quello che si deve fare’. 
Allora l’augusto, che subirebbe il fascino di queste perfezioni se non fossero ostentate con tanto rigore, si rivolta. Egli vede che le ‘paillettes’ sono splendenti; però la spocchia con cui esse si propongono le rende irraggiungibili. 

L’augusto, che è il bambino che  si caca sotto, si ribella a una simile perfezione;  si ubriaca,  si rotola per terra e anima,  perciò, una contestazione perpetua.Questa è, dunque, la lotta tra il culto superbo della ragione (che giunge a un estetismo proposto con prepotenza) e l’istinto, la libertà dell’istinto. Il clown bianco e l’augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello; si potrebbe dire, infine: l’angelo con la spada fiammeggiante e il peccatore”. 




[...] E’ un augusto che voleva essere un clown bianco. Meglio: è un Monsieur Loyal, il direttore del circo, che cerca di conciliare le due tendenze sopra un terreno obiettivo, imparziale. Picasso? Un trionfale augusto, spavaldo, senza complessi, sa fare tutto: alla fine è lui che la vince col clown bianco. Einstein: un augusto sognante, incantato, non parla mai, ma all’ultimo momento candidamente tira fuori dalla saccoccia la risoluzione dell’inghippo proposto dal furbo clown bianco. Visconti un clown bianco di grande autorità. Hitler: un clown bianco. Mussolini: un augusto. Freud è un bianco, Jung un augusto ....


Come aveva ammesso lui stesso nelle confessioni autobiografiche del libro Fare un film (Einaudi 1974), “il lavoro è, per me, un fatto di vita completo. Non riesco a compierlo in maniera distaccata, professionale. […] Il mio schema selettivo mi porta ad essere, […] l’anti-giornalista, l’anti-testimone”. 


E infatti “il cinema, voglio dire fare del cinema, vivere con una troupe che sta realizzando un film, non è come la vita del circo”?
La risposta è nella scena finale del film: il funerale del clown si trasforma tutto ad un tratto in altro. (i cavalli sono finti, il morto è finto, finta la disperazione).


Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 117. Ritratto di Giulietta, bambini al mare dal film Giulietta degli Spiriti. 
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Perche' mentiva Fellini?

















Il set Tuscia di Federico Fellini. 

Memorie di un luogo. 

Conversazione con Moraldo

 a cura di Paolo Pelliccia

Il presepe universale di Charlot


Il giorno di Natale del 1977 scompare l’uomo che ha creato il personaggio più amato del mondo. “Cusì te se’ ndat anca ti Sarlòt”, scrive Andrea Zanzotto che immagina di vederlo scivolare via leggero verso un punto lontano con la sua inconfondibile andatura. Proprio quando sta per essere assunto in cielo, al poeta viene il dubbio che il Vagabondo abbia escogitato un’altra delle sue burle, nascondendosi come fanno i bambini e prendendosi gioco persino della morte ...

Charlot mi è apparso tra i panettoni, le stelle comete, la neve, Papà Natale, cioè una figura che già nel suo apparire apparteneva a qualche cosa di mitico, di eterno qualche cosa di ghiotto, di goloso, un omino al quale dover gratitudine. Io poi, con l’attrazione per il circo e per i clown, certo come Pinocchio quando incontra i burattini, me lo sarei abbracciato”.

"Per quelli della mia generazione Chaplin é un argomento sconfinato. Charlot si é collocato, e tuttora abita, quella parte della vita che é l'infanzia, la prima adolescenza, stagione che non finisce più e che ci portiamo -  con la memoria -  sempre con noi: quindi parlare di questo piccolo omino che appariva durante le feste di Natale, nel mio paese  arrivavano sotto le feste é una cosa molto speciale, perché le sue immagini si rivestivano come dell'atmosfera di un dono: come la bicicletta, il primo libro, Pinocchio, l'albero di Natale, il presepe, e si confonde Charlot in questa atmosfera festosa". 


"In un'epoca di miti guerriere, tutta riverberata dalla romanità, divise, celebrazioni, pugnali, tutti noi volevamo essere come lui: va gabondare per il mondo con quella grazia, quella leggerezza, quella impudenza, quella libertà di un gatto, vagabondare per il mondo, per quel grande immenso paese che era l'America, che nessuno come lui ha raccontato con tanto realismo poetico e grande esattezza". 


E proprio Il circo (1928) è il film che Fellini dichiara di amare di più perché contiene “tutto il mondo di Chaplin, tutte le sue ambiguità, risolte però nella vera poesia; gli sembra che si liberi da tutto il chaplinismo, il vagabondo e la poetica del vagabondo, e la polemica sociale, per rimanere soltanto un piccolo gioiello di autentica poesia cinematografica”

"Luci della città è il mio film preferito, è struggente, ed è un film che non morirà mai. Penso che il cinema, specialmente il primo cinema muto, quello delle comiche di Chaplin, Harry Langdon. Buster Keaton, Fatty, Max Linder, Ben Turpin debba molto ai fumetti. Penso a certe tavole di Krazy Kat di Harriman. In fondo quei primi film sono dei fumetti animati, e tutto si richiama alla tecnica del fumetto: dalle prospettive, al taglio dell’inquadratura, quel taglio particolare che si ferma alla caviglia e che prese il nome di “piano americano”".



Charlie Chaplin's Scandalous Life and Boundless Artistry ...“Mi è sempre rimasta l’impressione che non fosse vero l’aspetto pietistico, non fosse vero il sentimento di commozione che ispirava, perché in effetti questo vagabondo era felice, era felice come un animale, come un gatto mi sembrava che avesse anche proprio la salute, l’agilità, qualche cosa di graffiante e anche l’inavvicinabilità.”


 "Quando ho scoperto il cinema, qualche anno più tardi, scoprii che le comiche mute erano la continuazione delle strips che leggevo sul Corriere dei Piccoli
. Sì, posso dire che quella è stata la cultura di cui mi sono nutrito e che il mio cinema non nasce dal cinema". 



"Se ho dei debiti di gratitudine o deve riconoscere delle matrici, le identificherei proprio nelle strisce americane. In alcuni miei film, non i pri
mi, ho tenuto presente lo stile, l’atmosfera, la dinamica bloccata nella rigidità, tipici del fumetto.  Amarcord, per esempio, non è solo un omaggio all’infanzia, ma anche al mondo dei fumetti: è un film stilizzato, con inquadrature fisse, pochi movimenti di macchina".



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Chaplin Natale


Chaplin e' come parlare di Papa' Natale, quasi e' un concetto astratto. 

Lui e' il cinema, almeno per quelli della mia generazione. 
Quasi e' ingiudicabile per me, uno ha  come un affetto,  e la stima superstiziosa che si puo' avere per certe figure mitiche. 

Quando ero bambino i suoi film li davano a Natale, e questo me lo faeva quasi confondere con la figura di Gesu' bambino, che poi noi non capivamo nemmeno bene come un bambino povero, nato in una greppia, potesse fare a tutti questi regali, essere ricco. 

E anche di Chaplin, devo dire, che la sua parte pietistica mi ha sempre convinto poco, credo che non fosse quella la sua arte piu' grande. 
Mi sembrava piu' un Re, ecco, un imperatore. 

Lo ho sconosciuto a Parigi, costretto da Rossellini, una sera, in un bar, era piccolissimo, parlammo, poco, mi chiese quanti soldi era costato un tale film, quanti soldi avesse incassato. Io subito menti, inventai delle cifre, per far vedere che ero come loro, all'americana, ma poi mi fu simpatica, ripensandoci questa cosa, di non aver parlato dei nostri film, di non esserci fatti i complimenti. 




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