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Una 500 a via Gregoriana


Pubblico una breve conversazione con il regista Vittorio De Seta, a proposito delle proprie radici junghiane, che va fuori tema, ma non troppo, dato il grande peso che per un artista ha la ricerca interiore, e la capacita' di vedere e di creare. Dove si scoprono alcune cose della loro breve amicizia, della 500 bianca, erano giovani davvero, per il resto della sua vita Fellini non guido', e della casa di produzione affidata a Fellini che fece molti guai. Ma  soprattutto si racconta di  Ernst Bernhard che fu lo psicoanalista di entrambi. Si dice che il film Giulietta degli Spiriti (ed in effetti la sceneggiatura lo riporta, ma i titoli di testa e coda no) fosse dedicata proprio al suo psicoanalista e vederlo ne da' conferma a chiunque abbia passato un poco di tempo da quelle parti ... Non sarebbe dunque Otto e mezzo il vero film della psicoanalisi, ma solo di una fase, la fase dello stappo, ma Giulietta, dove in effetti si racconta un'intimita' realista alla biografia almeno sentimentale di Fellini, e dove alla fine si apre una porticina proprio sull'inconscio che porta alla (propria) liberta' ... 



Amedeo Caruso: – Lei è stato fra i primi artisti ed intellettuali a conoscere e frequentare Ernst Bernhard. Vuole parlarmene?

Vittorio De Seta: – Lo conobbi nel ’58. Avevo un fratello maggiore, Emanuele che tra il ’56 e il ’58, fu incarcerato e processato per reati di droga. Piuttosto ingiustamente. Ne uscì psicologicamente malconcio. Era instabile, aveva subito traumi in guerra. Lo ospitai per mesi. Uno psicologo incaricato dal tribunale suggerì una psicoterapia. Bernhard venne a casa mia, a Roma, all’Aventino. Sconsigliò un’analisi. La “psicoanalisi” era considerata allora, qui da noi, una scienza esoterica, scientificamente dubbia, tenuta in poco conto, osteggiata dalla Chiesa, dal partito comunista. Tuttavia quel dottore mi colpì. Avevo anch’io problemi psicologici.

Entrò allora in analisi con Bernhard?
Si, analizzavamo i sogni, parlavamo. Cosa insolita, prese in cura anche mia moglie. Ricordo che un giorno, in un momento di tensione, andammo da lui, per aiuto. Ci ricevette senza quasi parlare, preparò un thè e quando tutto fu pronto ci guardammo, con mia moglie: ogni contrasto era svanito. Questo era Bernhard. Faceva in modo che alle conclusioni si arrivasse da soli. Nel 1960 m’incoraggiò, mi “autorizzò” a fare Banditi a Orgosolo. Interrompemmo l’analisi per un anno.

È noto che è stato proprio lei a far conoscere Bernhard a Fellini. Com’era il suo rapporto con l’autore de La dolce vita?
Dopo il successo di quel film, il produttore, Rizzoli, finanziò la “Federiz”, una casa di distribuzione, affidata a Fellini, con l’intento di favorire il cinema d’autore. Aprirono una sede sontuosa in via della Croce. Ma non funzionò. Fellini, a causa del suo genio, particolare, non riusciva a badare al lavoro degli altri. Non aveva la pasta critica, cinefila, di un Pasolini, un Truffaut, uno Scorsese. Fra l’altro aveva un collaboratore, regista anche lui, al quale non andava bene niente. In poco tempo riuscirono a bocciare Il posto di Ermanno Olmi, Banditi a Orgosolo, già fatti, e Accattone, di Pasolini, pronto per le riprese. Ciononostante diventammo amici. Un giorno eravamo nella sua “500” bianca – che decisamente ci stava stretta, eravamo grossi tutti e due – in un piccolo largo, sopra il Tritone. Ci mettemmo a parlare e lui diede fondo al suo malessere, proprio come si fa con le persone conosciute da poco. Davanti a noi si apriva la prospettiva accattivante di via Gregoriana, dove abitava Bernhard. Un segno del destino? Ricordo come fosse adesso. Mi venne spontaneo dirgli: “Perché non vai da Bernhard?”. 
Ci andò in capo a qualche giorno.

Forse “Otto e mezzo” ebbe inizio proprio lì…
Non c’è dubbio, l’analisi ha avuto un effetto determinante su lui. In seguito ebbi tempo di riflettere. Con La dolce vita, aveva tirato fuori tanti contenuti inconsci e se li era trovati davanti, ancora segreti, dolorosi, insidiosi. Per questo stava male.

Vi siete frequentati in seguito,  avete avuto modo di parlare del vostro comune analista?
Questo no, sarebbe stato imbarazzante. Non ci siamo quasi più frequentati perché non riesco a coltivare le amicizie. Non sono mai andato a Fregene. Fellini era un incanto, ti avvolgeva d’attenzione, simpatia, affetto. Poi, da quel momento, tutti e due lavorammo ad un film d’autoanalisi. Non ce lo siamo mai detto. Ci siamo persi di vista.

Sente di aver creato un film – Un uomo a metà – che rappresenta in un certo senso l’ombra di “Otto e mezzo”?
Oddio, che s’intende per “ombra”? Lo diciamo in senso junghiano? Certo che il mio film è stato l’ombra dell’altro, nel senso che Otto e mezzo ha riscosso un successo mondiale, visto da milioni di persone, vinto premi, riconoscimenti, mentre Un uomo a metà è stato distrutto dalla critica, apparso fugacemente nelle sale, insomma, ricoperto d’obbrobrio. Solo Pasolini e Moravia e pochi altri l’hanno sostenuto. Tuttavia a distanza di 40 anni viene ancora proposto. L’anno scorso l’ho rivisto negli Stati Uniti. Ci saranno state 500 persone, (e lì quasi tutte hanno fatto l’analisi), ma alla fine, mi è sembrato, ha suscitato ancora imbarazzo, disagio. È un film casto, eppure in Francia, nel ’67, la censura l’ha vietato ai minori di 18 anni. Che dire? Mi piacerebbe parlarne con Fellini. Certamente mi aiuterebbe a capire. Ma non ha molto senso chiedere a un autore un giudizio sulla sua opera, su quella degli altri. Un film è un tessuto fitto di sentimenti, pensieri, intuizioni. Perché tentare di sezionarlo col bisturi della cosiddetta “ragione”? Vorrei dire solo due cose: Un uomo a metà non è consolatorio e – come gli altri miei lavori – è un “film della realtà”, sia pure psichica.





Sono passati molti anni, cosa le è rimasto, quanto ha influito sull’uomo, sul regista De Seta, l’esperienza psicoanalitica? Pensa che sia stata decisiva per il suo percorso umano e professionale? Crede che il suo ultimo film, Lettere dal Sahara, risenta del lavoro con Bernhard?
Certo, l’influenza della psicanalisi è stata decisiva. Mi ha tirato fuori dal marxismo, dal materialismo. Con l’influenza junghiana ho riscoperto il senso del mistero, mi sono avvicinato alla religione. Mi è sembrato di tornare alla fede. Ma non ero soddisfatto, c’era qualcosa che non andava, non riuscivo a rinunciare alla ragione. Infine sono stato aiutato in modo decisivo dai saggi morali e religiosi di Tolstoj. Vede, è stato un percorso continuo. In sostanza non ho fatto i miei film dopo aver capito le cose, li ho fatti per comprenderle. Non mi sono mai specializzato. I film più che un fine sono stati un mezzo, (per questo sono pochi e diversi tra loro). Ma non vorrei prendermi troppo sul serio. È per dire che proprio il dinamismo, il coinvolgimento continuo, in prima persona, mi hanno impedito di naufragare nel nichilismo. Certo che il mio ultimo film Lettere dal Sahara risente del lavoro con Bernhard. Lui ha segnato la mia vita, in modo decisivo.
Che rapporto ha oggi con la sua vita onirica?
Non sogno più, o almeno non ricordo i sogni. Giorni fa finalmente ne ho fatto uno. L’ho trascritto ma non ho tentato di interpretarlo, come facevo una volta. Mi dispiace.

 
Questo a
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Andreotti come Otello



A Fellini Andreotti sembrava “inventato da un grande romanziere”, un personaggio “da corte shakespeariana come Otello”. 

Furono a lungo in corrispondenza, come racconta il libro di un giovane studioso, Andrea Minuz, Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico (Rubbettino, 242) che  ospita in appendice i brani dell’epistolario tra Fellini e Andreotti. 


Qui il resto di questa strana e lunga storia.





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La cosa tremenda sono i giornalisti



Una volta realizzato, il film potrebbe anche non uscire. Forse sarebbe meglio. Perché la cosa tremenda comincia dopo. Una serie di proiezioni per questo e per quello, e ogni volta è un anno di vita che se ne va. E i viaggi, le prime di gala, i festival, le conferenze stampa. Scendi a New York suonato, dopo non so quante ore di volo, con la faccia verde, e trovi subito uno che ti chiede: Gelsomina rappresenta la chiesa cattolica?


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Il megalomane Michelangelo


Non c'era Papa 

abbastanza grande 
per Michelangelo, 
non c'e' produttore 
abbastanza grande per Fellini, 
disse di lui Rossellini. Che forse lo odiava. 







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Quanta pace sta in un sorriso


Son ben contento di trovare degli ostacoli e tutti quei nemici che si frappongono tra me e quello che voglio fare.


E' solo combattendo contro tutto questo che io capisco meglio quello che 
voglio fare.

Tutta la nostalgia, tutto l'amore che metto in quella lotta,  allontana il pericolo da me. 




Il link per il resto dell'intervista, manca: purtroppo, che era una delle poche in cui vedete un sorriso 
dolce e divertito di Fellini che era un tipaccio, oltre che un gattone.

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Il padrone delle voci



Fellini se ne infischia 

allegramente 
di essere il Padrone delle voci, 
egli rimane il padrone delle immagini












Michel Chion, su La citta' 
delle donne, 
citato da Angelo Arpa, 
edizioni Oleandro, 
pagina 175



Gelsomina, Zampanò e il Matto sono un'unica persona



"Molte delle esperienze ed emozioni che Federico attribuisce  
alla protagonista del film sono cose sue. Quella scuoletta  clericale, quel preside bigotto, quella paura dell'inferno.  Ma sono i collegi dei preti che ha fatto lui in Romagna.  E così quella visita al santone indiano: c'era andato lui, che in quel periodo si interessava di queste cose. In realtà tutti i personaggi che ho fatto io non sono Giulietta Masina, sono in gran parte Federico. Cabiria è Federico. 

Non si può capire La strada se non si accetta il fatto che Gelsomina, Zampanò e il Matto sono un'unica persona. Certo qua e là ci sono anche cose mie e di altri, 
ma fondamentalmente tutti i personaggi di Federico sono degli autoritratti."



Giulietta Masina commenta (riportato in Il Fellini 
del giorno dopo, Guaraldi editore) le scelte, la psiche 
e alcuni dei film piu' importanti di Fellini. Nelle foto le mie facce preferite, quelle del film storico su Roma tratto da Petronio. 


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Preoccupati di una sola cosa



Se sei sulla strada giusta non puoi che fare incontri giusti. Non c'e' bisogno di preoccuparsi per creare altri problemi,  e cercare altre soluzioni. La realtà e' li, davanti ai tuoi occhi, non chiede di essere indagata. Preoccupati soltanto di essere in buona fede, e di fare quello che sai fare. 



Tratto da una conversazione col critico 
de La Civilta' Cattolica Virgilio Fantuzzi, Il vero Fellini, Ave editore, 
Roma, su cui trovate anche altro. 


La maniera fascista


A proposito di Amarcord, da alcuni attaccato per "fascismo di cartapesta" dagli stessi intellettuali iper politicizzati che sempre avevano attaccato la naivite del regista, Fellini diceva: "siccome si tratta di un borgo, della metafora di una chiusura, di una mancanza di rapporti con l'esterno, in questo senso il film riflette con maggiore evidenza, esprime con piu' forze che cos'era il fascismo, la maniera di essere fascisti, quella psicologica, emotiva: e cioè essere ignoranti, prepotenti, esibizionisti, puerili". 




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Le mine negli occhi



"Il telespettatore e' lo stesso pubblico del cinema, sono compagni di viaggio, gli amici che si vanno a prendere a l'aeroporto. Continuo a sostenere, e ho detto, che la televisione ha inflazionato l'autorità', il prestigio, del cinema. Bombardati come siamo da questa piccola macchina che e' alla casa, miliardi di immagini su tutto, ci priva anche la possibilità' di sognare, e questo ha degradato l'immagine, facendola diventare qualcosa di banale, che ha perso l'autorità' suggestiva dell'immagine, e questo ci ha portato a rinunciare al cinema, a dimenticarlo". 


Il resto qui.




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Quel carnevale triste che chiamiamo la vita


Oggi allarghiamo lo sguardo di questo archivio senza alfabeto, ed introduciamo una sezione dedicata ai documenti e ai video che raccontano il lavoro di Fellini, degli studiosi meno noti, o anche non italiani, che dovessimo trovare intelligenti. Proviamo.



Una giovane studiosa brasiliana dedica alla Dolce Vita di Fellini un piccolo saggio, che trovate qui. In portoghese. 


Un lungo articolo dove accomuna Fellini e Rabelais e Goya, e indaga il Carnevale triste che il regista metterebbe in scena a Via Veneto, come qualcosa di molto piu' antico degli anni Sessanta o della crisi dei valori portata dal Boom o della crisi esistenziale dell'intellighenzia, tutte cose che allora vennero lette e criticate del film di Fellini. "Un importante qualità del riso nella festa popolare è data dalla presa in giro degli stessi burladores, beffeggiatori. Il popolo si sente incompleto; e rinasce e si rinnova con la morte" scrive.


 Su aree dell'immaginazione simili trovate altri brani (tag: altri artisti, sentimenti, fonti, documenti, morte) cercando nella colonna alla destra dello schermo: funziona come una mappa mentale. Ci fa piacere sapere che siete passati da qui, condividendo il post o lasciando nello spazio bianco infondo alla pagina, il vostro sentire. Grazie


Il borgo va a Los Angeles


« Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo, e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri ».





(Fellini a proposito del successo di Amarcord, giunto abbastanza inaspettato, considerato il tema, e le critiche ricevute nel tempo per il suo essere impolitico, a-politico, dal sistema culturale. 


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Tutto il mondo é provincia




Mi sembra di avere radici in un 
terreno molto rotondo, fertile, stimolante che é la provincia: al punto tale che non riesco a raccoglierlo mai come sminuente, riduttivo, 
quello che come qualche critico ha voluto dare ai miei film, l'appellativo di provinciale, che faccio i film di un provinciale.  Ma vedo che piacciono dappertutto, questi film da provinciale: quindi questa mia Romagna è grande come tutto il globo. Diciamo che tutto il mondo é provincia, allora.



Intervista a Domenica In, Rai. Questo tema, oggi forse meno visibile, torna anche in questo archivio, sollecitato dalle domande, soprattutto all'uscita di Amarcord, storia di un borgo che prende uno Oscar a L.A. Sotto per commentare o condividere. 




Il provvisorio permanente



Il cinema e' il mondo naturale di realizzarmi, sono io, e' la mia vita. 

Non che debba suonarvi presuntuoso, ma il cinematografo rappresenta per me la spontanea inclinazione, e' anche un alibi grande per me, cosi mi pare che mentre faccio i film che tutti quegli impegni e responsabilita' che si hanno verso la vita, gli altri, se' stessi, la societa', vengano temporaneamente arrestati, perche' io sto lavorando e cosi non posso occuparmi ne' delle tasse ne' di certe fedelta' ideologiche, e questo rende una provvisiorieta' cronica ormai, che mi rende sereno, quindi il cinema e' il mio modo di vivere e di risolvere la giornata e di dare un vago, impreciso senso, ma per me confortante, alla mia vita.

A me di andare al cinema non mi viene in mente, e' una specie di rituale, di abitudine, che ha quasi cessato di esistere quando io, personalmente, ho cominciato a fare il cinema: e' un disinteresse tutto sommato, ma che non vorrei che fosse vissuto come sdegnante, ma non mi sento proprio spinto ed incuriosito verso il lavoro di molti miei colleghi, e questo non e' necessario per valutare, stimare, o apprezzare un autore ed un collega, non sia necessario vedere tutti i film. 

Questa dichiarazione mi mette anche in imbarazzo, perche' potrei sembrare presuntuoso, ma se dicessi il contrario non sarei sincero. 



8/5/77, Madrid. Intervista TV con J. Serrano, piuttosto tesa, e molto lunga, in lingua. Il resto del video in bianco e nero lo trovate qui. Questo piccolo archivio-omaggio funziona come una mappa mentale, navigatelo e condividete i post che leggete o lasciate un piccolo segno del vostro passaggio, qui sotto. 

Opporsi al processo del reale



La censura e' sempre uno strumento politico, non è certo uno strumento intellettuale. Strumento intellettuale è la critica, che presuppone la conoscenza di ciò che si giudica e combatte. 


Criticare non è distruggere, ma ricondurre un oggetto al giusto posto nel processo degli oggetti. Censurare è distruggere, o almeno opporsi al processo del reale. 

C'è una censura italiana che non è invenzione di un partito politico ma che è naturale al costume stesso italiano. C'è il timore dell'autorità e del dogma, la sottomissione al canone e alla formula, che ci hanno fatto molto ossequienti. 
Tutto questo conduce dritti alla censura. 
Se non ci fosse la censura gli italiani se la farebbero da soli.




Why?


Why the Pope loves Fellini

Here





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