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La Presenza sempre benefica


Nell’ufficio di Corso d’Italia, e prima ancora nello studio di via Sistina, Fellini teneva una piccola fotografia appesa sulla parete alle spalle della scrivania, ed era di Bernhard, tra i pochi angeli custodi che vegliavano silenziosi sulla sua vita e sul suo lavoro. Nel terzo cassetto in basso a sinistra dello scrittoio, chiuso a chiave e avvolto in un drappo di seta nera, conservava l’I King, il ‘libro delle mutazioni’, nella prima edizione Astrolabio rilegata in nero, che l’amico terapeuta gli aveva regalato. 
Nel suo sfrenato individualismo il regista rifiutava ogni paternità, sosteneva di non avere alcun debito di formazione, neppure con Roberto Rossellini che pure considerava il padre Adamo; e tuttavia ammetteva che se doveva riconoscere un’influenza nella propria vita, l’unica persona importante era stata Ernst Bernhard. E nella sua voce affiorava immutabilmente una impalpabile incrinatura. Sosteneva di averlo conosciuto per un equivoco, telefonando a un numero scritto su un foglietto che gli era venuto tra le dita nella tasca della giacca e credeva appartenesse a una ‘bella signora”. Dall’altra parte del filo gli aveva invece risposto una voce maschile dall’accento tedesco, che l’aveva invitato ad andarlo a trovare nella sua abitazione di via Gregoriana, spiegandogli che non esistono casualità ma coincidenze; e spesso le nostre azioni meno consapevoli ci indicano la strada da seguire. Federico l’aveva ascoltato, ed erano diventati amici.
Non è certo che il regista sia stato in analisi da lui, non nel senso di una frequenza preordinata di metodo freudiano; a quanto pare, s’era trattato piuttosto di un itinerario conoscitivo di impronta junghiana. Federico si recava da Bernhard come un oracolo da consultare. 
Tra i quaderni dedicati ai pazienti che il terapeuta custodiva con scrupolo, e che oggi sono conservati in Austria poiché finiti in mano alla sorella di Dora Friedlander, sua seconda moglie, non figurano fascicoli con sopra il nome di Fellini. 
Distrutti, scomparsi, mai esistiti? 
Può darsi che le loro conversazioni, per un certo periodo assidue (ne esiste traccia nei Diari in cui Dora annotava le confidenze del marito, la sera a letto, prima di addormentarsi), non rivestissero per Bernhard un vero carattere di psicoanalisi, ma rappresentassero piuttosto lo scambio fecondo tra due nature particolarmente creative. 
Da quanto potevo dedurre, Fellini non seguiva un rigido programma di appuntamenti, ma ricorreva allo psicologo quando si trovava in stati di incertezza o di difficoltà a prendere decisioni; oppure anche ne cercasse la preziosa consulenza per i film in cui si avventurava nel linguaggio specifico dell’inconscio, come in “Otto e Mezzo” e soprattutto in “Giulietta degli Spiriti” (l’amico morì nello stesso anno di uscita del film, 1965). In ogni caso Ernst Bernhard, anche dopo scomparso, continuò a rappresentare un insostituibile riferimento per tutta la vita; e quando Federico interrogava con religiosa compunzione il libro cinese de responsi, certamente era anche a lui che si rivolgeva.
Ernst Bernhard era stato allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo, e il fondatore della Psicologia Analitica quando ne aveva bisogno di appoggiava alle sue approfondite conoscenze astrologiche e chirologiche. Nel 1936 per sfuggire alle leggi razziali di Hitler contro gli ebrei, si era trasferito a Roma; e nella sua abitazione di via Gregoriana, adiacente a Trinità dei Monti, aveva creato assieme a Dora, ancora sua fidanzata, un cenacolo importante di studi esoterici. Ne riferisce ampiamente Luciana Marinangeli in “Risonanze Celesti – L’aiuto dell’astrologia nella cura della psiche, uscito da Marsilio. L’editore Aragno ha pubblicato, a cura della medesima studiosa, “Lettere a Dora”, l’intero epistolario intercorso tra Ernst e Dora Friedlander nel corso dell’anno in cui lo psicanalista venne assegnato dal regime fascista al campo di internamento di Ferramonti, in Calabria, a 35 Km da Cosenza. Per aggirare il censore, i due corrispondenti si trattavano da cugini affettuosi (sembra che lo fossero molto alla lontana) e non mancavano di evidenziare in testa alle missive i propri crediti accademici, illudendosi che potessero valere come un possibile futuro salvacondotto.  Bernhard ne approfittava anche per disseminare abilmente nel testo rassicurazioni sulla propria posizione estranea all’ebraismo, da cui si era distaccato fin dal lontano 1925 abbracciando il cristianesimo.
Ernst era stato prelevato a Roma all’improvviso l’8 giugno del ‘40, due giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, recluso in un primo tempo nel carcere di Regina Coeli e successivamente internato a Ferramonti, il campo di prigionia allestito alla meno peggio in una zona paludosa e malarica, dove si inviavano a morire i nemici del regime. Dora, l’innamorata che ne aveva condiviso il destino venendo con lui in Italia, era una persona estremamente fragile e per molti versi dipendente psicologicamente dal compagno; al quale era legata oltre che dall’amore anche dagli studi parapsicologici a cui si dedicavano insieme con identica passione. In non poche lettere si comunicano gioie, preoccupazioni e speranze disegnando i ‘glifi’ zodiacali, le quadrature, le congiunzioni. Entrambi interrogano affannosamente il cielo in cerca di presagi e di risposte; ma mentre Dora riversa in ogni investigazione uranica la sua angoscia, Ernst per rincuorarla e sostenerla, cerca sempre di decifrare negli astri un quadro positivo, in cui le difficoltà appaiano piuttosto foriere di cambiamenti a loro favore. Applicava per indole e per apprendimento la visione junghiana, e orientale, del mutamento propizio degli eventi, che tanto conquistò Fellini portato per criscarattere a rendere produttivi i contrasti. Il regista aveva Marte in Bilancia, credo che ciò significhi un’aggressività depurata dall’impeto cieco, più coordinata alla ricerca di un equilibrio anche nella istintiva bellicosità.
Bernhard aveva intravisto motivi di ottimismo nella figura del direttore del campo, il Comandante di Pubblica Sicurezza Paolo Salvatore definito da Renzo De Felice “afascista”; il quale “riuscì a dare alle leggi inique un’interpretazione conciliante mostrandosi leale e rispettoso verso gli internati.”
Intanto Dora, dalla sua adorata Roma che continua a immortalare “in meravigliose fotografie in bianco e nero”, riesce a inviare a Ernst “i cerotti, i francobolli, il chinino, la tiroxina, il paralume di carta, le focacce, il cioccolatino”. Lui l’ha salvata da una tendenza depressiva ereditata dalla famiglia di origine e “con le lettere dal campo riesce a impedirle una deriva psichica più grave”. Lei contemplando una sua foto gli bacia le mani: “Ti ringrazio, ogni ora, sempre e per sempre.” E’ intensamente conquistata da quell’uomo speciale che la Marinangeli descrive “alto e stempiato, dall’aria distinta, lo sguardo attento e benevolo, e una testa curiosa, a uovo.”Dora bussa a ogni possibile porta per liberare Bernhard dal campo di concentramento; ma sarà decisivo l’incontro con il famoso scienziato orientalista Giuseppe Tucci. Ernst l’aveva sognato senza ancora conoscerlo, cinque anni prima a Berlino: si trovava in una caverna attraversata da soldati nemici, chiedeva da mangiare e un militare gli offriva del latte; era “un italiano con un viso di indiano.” Ernst sarà miracolosamente liberato il 14 aprile 1941 e tornerà nella casa di via Gregoriana, rimanendo nascosto in una stanza semi murata, anche grazie alla complicità degli altri inquilini. Non cesserà mai di credere nella Divina Provvidenza, che definisce “la misteriosa Presenza sempre benefica.”
Il 5 maggio 1965, un mese e mezzo prima che Bernhard si spegnesse, Federico è visitato da un sogno premonitore riguardo alla morte dell’amico terapista e le parole che scrive hanno un tono disperato:
« “Amore  mio” (sottolineato) dico travolto dalla commozione, vorrei aggiungere altro ma temo che Bernhard possa notare nel mio dolore una sfumatura istrionesca, di compiacimento letterario».
Tre giorni prima della morte dello psicanalista, Federico annota nel libro dei sogni questa “visione ipnagogica”. La data è del 25-6-1965 e il regista chiama Bernhard “mio vero padre”:
«Violentissima sensazione di realtà. Ho udito lo schianto dei vetri. Ho fatto un balzo sul letto con la certezza che veramente qualcuno mi avesse lanciato un mattone (contro il parabrezza della mia auto)
Stavo missando Giulietta degli spiriti. Erano le 10 di mattina, una giornata di piena estate. Mi telefona da fuori Aluigi… – Hai saputo? – – Cosa? – Ieri sera è morto Bernhard! –
Sono corso a casa sua. La moglie sulla porta mi ha detto – Deve vederlo. E’ così bello! –
Sono entrato nello studio e molte cose erano come nel sogno che avevo fatto un mese prima. C’era un giovane vestito di nero, pallidissimo, bello un po’ effeminato, languoroso, funebre come molti giovani del sud. Era Antonio Gambino. Guardavo Bernhard che giaceva sul letto, che pace profonda, che serenità, l’aria attorno era limpida, profumata.
Vorrei poter vivere senza di te, vivere di te di ciò che hai saputo donarmi… Ti debbo moltissimo della mia vita. Ti debbo la possibilità di continuare a vivere con momenti di gioia. Ti devo la scoperta di una nuova dimensione di un nuovo senso di tutto, di una nuova religiosità… Grazie per sempre amico fraterno, mio vero padre. Aiutaci ancora spirito limpido, beato. Pace alla tua anima buona. Ricordati di noi, ti vogliamo tutti un bene dell’anima. Addio addio amico del cuore, santo uomo vero.»
Dopo la scomparsa di Bernhard, Fellini continuò a frequentare la moglie Dora, occasionalmente, in una decina di sedute che si esaurirono nel 1967.
Tramite un calcolo utilizzato dagli astrologi orientali per conoscere la durata della vita di una persona, Ernst già da molti anni aveva stabilito la data della propria morte, con un errore di soli otto giorni.
Chissà cosa il terapista aveva visto nel ‘cielo’ di Federico. 



(da Articolo 21, Gianfranco Angelucci, maggio 2019).  

Il giudizio Universale




 

A Tabucchi La dolce vita appare un «grande affresco sull’Italia fra gli anni Cinquanta e Sessanta». Nel corso di una intervista Tabucchi lo definisce praticamente una sorta di giudizio universale privo di salvezza. Dove ogni classe sociale (e l'umano vacilla sotto la pressione delle classi e del sociale) è condannata:  «in fondo - dice Tabucchi - l’Italia non ha mai avuto una borghesia intelligente, colta... Poi c’è la piccola borghesia, il padre di Marcello che arriva a Roma dalla provincia e vuol fare la notte di follie al tabarin: un disastro. Un personaggio toccante, patetico. E patetica è anche Yvonne Furneaux, la “moglie italiana” con le sue fissazioni, possessiva e disperata per quel voler accudire Marcello, preparargli i ravioli con la ricotta. Ecco poi i nobili, l’aristocrazia romana che si raduna per la festa nel castello di Sutri: una galleria di inetti o di puri deficienti. Ma c’è anche il popolino, il sottoproletariato, quello che spera nelle apparizioni della Madonna e si presta alle riprese della Tv. Il cerchio si chiude con gli intellettuali; c’è Marcello Rubini (Mastroianni), il giornalista che vuol diventare grande scrittore e intanto lavora per una rivista scandalistica: crede di avere importanti aspirazioni, e invece è solo patetico. Più in alto, molto più in alto c’è Steiner (Alain Cuny), una mente raffinata, nutrita di cultura filosofica e di letture scelte, suona Bach. Ha un salotto frequentato da scrittori e artisti, a cui fa ascoltare la registrazione dei suoni della natura. Ma ha anche una famiglia, due bimbi, la moglie sorridente: insomma, sembra un esempio perfetto di equilibrio e serenità. E invece è un fallito, e il suo suicidio cambia radicalmente il giudizio su tutto: quelle riunioni di intellettuali che parevano tanto scelti, tanto profondi, erano solo poveri ricevimenti di persone vuote e fatue.
Insomma, La dolce vita è il ritratto più terribile che un artista abbia prodotto sulla società italiana. Profeticamente, Fellini aveva già intuito dove saremmo andati a parare. Il modo con cui rappresenta i mezzi di comunicazione di massa è rivelatore. I fotografi scatenati e urlanti dietro le celebrità, i giornalisti che s’inventano stupidi scoop (Anita Ekberg vestita da prete che sale sulla cupola di San Pietro), gli scatti rubati della diva presa a schiaffi dal suo compagno, la spettacolarizzazione del niente. E la Tv? Anche peggio: la sequenza del finto miracolo sui pratacci dell’ultima periferia romana è atroce. Due bambini che dicono di aver visto la Madonna attirano la troupe della Rai, che vuole dare di tutto, di più. In mezzo a una falsa agitazione, tutti recitano: i piccoli veggenti, la folla pronta ad andare in estasi, lo zio orrendo dei ragazzini che intona le laudi, lo speaker della Tv. Poi, comincia a scendere la pioggia, di Madonne nemmeno l’ombra, e l’operatore cinicamente esclama: “Piove! Spegniamo tutto”. Un’Italia orrenda degli inizi degli anni Sessanta, Paese corrotto e decadente, terra in cui niente si salva né può essere salvato, società putrefatta come la Roma del Satyricon di Petronio […] Ci sono tutti i difetti italiani, quel viver bene alla giornata, il cinismo generale che accomuna sottoproletari, intellettuali, borghesi. Il velleitarismo del giornalista Marcello è desolante: il suo dialogo con Anita Ekberg, nella scena della fontana, è agghiacciante. “Sì, è vero, ho sbagliato tutto, hai ragione tu...” e va nell’acqua dietro alla bionda formosa e cretina che s’inebria nel primordiale, nell’arte, nella romanità di quel tuffo barocco di Trevi. E altrettanto tremendo è l’episodio del miracolo della Madonna. Speriamo tutti, anch’io, di vedere la Madonna, ma la Madonna di quelle borgate non ci promette la vita eterna, tutt’al più una vacanza a Fregene. Si lascia comprare con quattro soldi, costa due lire, non era l’apparizione felice, immortale, era una povera cosa di cartone»


Qui si trova traccia di Imago  - L’IMMAGINARIO DI FEDERICO FELLINI,  docu-film di Alessandro De Michele e Leopoldo Antinozzi con interviste  inedite di Padre Angelo Arpa, lo psicanalista Mario Trevi amico di Fellini, lo sceneggiatore Tonino Guerra, lo scenografo Rinaldo Geleng; il segretario  Enzo de Castro e Norma Giacchero, la segretaria di edizione, l’attrice Olimpia  Carlisi, lo scrittore Gianfranco Angelucci, il poeta Andrea Zanzotto e il latinista Luca Canali. 

Proteggete la conoscenza, condividete questo post, se usate questo lavoro rispettate le fonti. Le immagini non sono legate da alcun simbolismo, ma casuali, e spesso sono della curatrice, quando non di Google. A destra la mappa semantica. 


La mediazione


Vedi, Angelo, questa Chiesa la possiamo e la dobbiamo criticare, per liberare delle tante possibili oppressioni, ma credo che dobbiamo essere anche molto onesti. L'uomo ha bisogno di una mediazione tra lui e il maestro. In questa ottica la Chiesa costituisce una grande e fortunata presenza. Capisci?. Una presenza che non si può eludere, la mediazione tra l'uomo ed il mistero. Il dramma e' quando la mediazione si fa mistero essa stessa. Allora si moltiplicano non solo le confusioni, ma anche le repulsioni .... 



Angelo Arpa

L'arpa di Fellini
edizioni Oleandro
pagina 136

NdR

Quel Vedi iniziale
non sa tanto di letterale 

Proteggete la conoscenza, condividete questo post, con chi amate preferibilmente, i pulsanti sono in basso, e se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. 





Luna nuova


Il silenzio è la dimora pulita dell'Essere (U. Hots).


Ne La voce della Luna Fellini non ci ha lasciato un messaggio, ci ha introdotti a modo suo, sui sentieri del silenzio. Ad un certo punto giunge la Luna sulla terra, non dei poeti, ma delle nuove tecnologie della comunicazione che se non controllate renderanno incompatibile il convivere ed il vivere umano (...). La gente comune, la Chiesa. "Eminenza, la luna é scesa tra noi. Da sempre lassù ci potrà rivelare qualcosa di nuovo? Per sempio, se c'è qualcosa o qualcuno che ci attende dopo la morte? ...".
"La Luna - risponde il cardinale incrociando le mani - non ha nulla da rivelare, tutto è stato rivelato, tutto ...".Segue una baraonda (...). 



Brano tratto  da l'Arpa di Fellini, di Angelo Arpa. Edizioni l'Oleandro, l'Aquila, 2001. 

In fondo a questa paginetta ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere voi medesimi qualcosa: se lascerete un messaggio anche voi sarete passati da qui. La mappa che state usando funziona colle libere associazioni, conoscete leggendo, mentre in questa specie di archivio in movimento, le immagini ed i testi non hanno quasi mai relazione. Dove vedete scritto "QUI" si deve cliccare per ascoltare un audio o video.



Si muove tra le cose come l'aria


Ritratti, note, appunti, di personaggi della cultura. Questo abbecedario e' tratto da FELLINI DEL GIORNO DOPO, di Kezich, pubblicato dall'associazione Fellini e dall'editore Guaraldi. 

Il libro e' fuori catalogo ma consultabile difficilmente qui






[...] Nel luglio alle otto e mezzo Fellini telefonò a Zapponi, che non conosceva, per dirgli che gli era piaciuto molto il suo libro di racconti Gobal. Sperava anche di convincere il gruppo produttivo franco-italiano che preparava un film di vari registi da Poe di accettare come suo contributo un adattamento del racconto zapponiano C'è una voce nella mia vita. Andò a finire che Bernardino e Federico sceneggiarono insieme Toby Dammit, al quale fecero seguito (dal 19967 al 1980) Block notes di un regista, Fellini Satyricon, I clowns, Roma, Casanova e La città delle donne [...]



[...]  Quando nel dopoguerra formò con F. una delle più fortunate coppie di sceneggiatori del cinema italiano, l'ex-magistrato piemontese Tullio Pinelli era già un noto commediografo. La sua collaborazione con il riminese si estende, con qualche interruzione, per quasi mezzo secolo e ha certo un'importanza fondamentale non sempre riconosciuta dalla critica rispetto ad apporti di altri collaboratori. Sarebbe auspicabile un confronto fra drammaturgica di Pinelli, oggi un po' dimenticata nella generale disattenzione del nostro teatro per il repertorio nazionale, e i film di F. per scoprirvi analogie e convergenze tematiche e di gusto. Da ricordare che negli anni in cui non lavorò con Federico, Pinelli mantenne il suo ruolo di "spalla" scrivente di Giulietta [...] . 



[...] Subìto controvoglia sulle pressioni di De Laurentiis come protagonista di Il viaggio di G. Mastorna, nonostante il fanciullesco entusiasmo mostrato dall'attore, Fellini lo deluse lasciando cadere il film. In qualche modo Ugo Tognazzi si vendicò partecipando con scarsi esiti al Satyricon concorrenziale di Polidoro [...] 


[...] Sergio Zavoli, ravennate di nascita e riminese di adozione, giornalista principe amico di F. da sempre: non tanto per i tre anni che li dividevano e che nell'età giovanile sono molti, ma subito dopo a Roma. Oratore ufficiale alle esequie di F. a Rimini ("con gli occhi non sbagliavi mai") dedicò al regista lo special televisivo In morte di Federico Fellini. 

Di Zavoli è la proposta, lanciata in occasione proposta, lanciata in occasione del primo incontro pubblico Federico Fellini (Rimini, 8 giugno 1996), di trasferire sul porto il monumento La grande prua di Arnaldo Pomodoro: un grande bronzo di quattro metri per quattro inaugurato nel cimitero, come omaggio a F. e a Giulietta, febbraio 1995 [...]. 

[...] Fellini ci teneva a ricordare di essere nato come scrittore di cinema facendo le sue esperienze come "negretto" nella cerchia di Zavattini. Del resto anche quando cominciò a collaborare ai giornali come umorista, alla pari di molti giovani della sua generazione, Federico rivela l'influenza di libri quali Parliamo tanto di me. Scarsi, seppure sempre improntati a cordialità, furono in seguito i rapporti fra i due, anche quando F. si trovò coinvolto in iniziative zavattiniane come Amore in città o Boccaccio '70. Nel suo Diario cinematografico (Mursia, 1991) Za ricorda una raccomandazione felliniana del o "Non devi aver paura della macchina da presa, non esiste". 


Commenta il diarista: "Infatti lui si muove tra le cose come l'aria" [...]


 

La pasqua dell'arte e del tutto


Roma, Pasqua, 1993



Caro Federico,


Pasqua ritorna anche quest'anno nel segno della vittoria della vita sulla morte. E' la festa che bandisce tutti i nostri malanni (...).


Per me è la stagione della fede ma è anche la stagione dell'arte (...)


L'artista non é altro che un sovrano in cerca di terre sconosciute. Uomo come tanti conosce frane ed esaltazioni. Ma gli è impossibile l'inerzia, perchè la voce che lo chiama dentro é più forte di quella che lo spegne. 

A volte penso che l'avventura di un artista non sia tanto di raccontare storie, ma di inventare una sua storia, che abbia il pudore di chi non sa che cosa dire. 
Perchè riesce a dare solo quel poco che ha, e fra tante scelte, quel brano che non scrive mai, perché sarebbe la fine. Comunque il passaggio tra noi di un artista provoca sempre una sfida di valori ed un  liberante controcampo al prepotente della ragione, sulla vicenda esistenziale dell'uomo. Non è poco. Perché è necessario che ciò che é veramente umano non sia definito dalla sola razionalità (...). Approdare a questa riva costituisce la fatica solitaria di chi é nato nella stagione dell'arte. Per chi vive nella stagione della fede é trapianto indolore nella primordialità del tutto.

Angelo




Ultima lettera mandata da Arpa a Fellini, 
tratta dal libro di Padre Angelo Arpa, L'Arpa di Fellini,  edizioni L'Oleandro, ottobre 2011. Sul ruolo di amico e consigliere di Angelo Arpa e sulla sua vocina trovate alcune cose cercando il suo nome, in questa piccola mappa insieme ideale e sentimentale.  




Il mondo donna


La donna é

l'universo, 
forse 
una concezione tantrica.





L'arpa di Fellini, pagina 41, edizioni Oleandro. Su aree dell'immaginazione simili trovate altri brani (tag: femminile, donna, eros, madre, mistero ad esempio) cercando nella colonna alla destra dello schermo: funziona come una mappa mentale. Questo piccolo archivio nasce per amore della ricerca, e abbiamo piacere di sapere che siete passati da qui, condividendo il post o lasciando nello spazio bianco infondo alla pagina, il vostro sentire. Grazie




Il censore vs. l'uomo del sacco





Questo interessantissimo, e per me illuminante brano, e' tratto da "Federico Fellini, Intervista sul cinema", a cura di Vieri Grazzini, un critico italiano e produttore, a cui devo molto, avendo egli, con infinita pazienza ed eleganza, per anni, di notte, in TV curato rassegne anomale, del cinema americano degli inizi del secolo scorso, in lingua: e la sua passione fu evidentemente come contagiosa. Il libro in questione invece venne  pubblicato da Laterza, Roma-Bari, 1983, pp. 102-103.  


QUI  propongo il trailer americano, molto enfatico ma tenero che rese una star e un'icona mondiale indimenticata Giulietta Masina, premio migliore attrice straniera, e premio miglior film agli Oscar. Musiche di Nino Rota, dialoghi di Pasolini.  




[...]  La censura aveva proibito il film e io non volevo che bruciassero i negativi. Così, seguendo il consiglio di un amico gesuita intelligente e forse un po’ spregiudicato, padre Arpa, andai a Genova da un cardinale famoso, considerato uno dei papabili e forse anche per questo assai potente, per chiedergli di vedere il film. In una minuscola saletta di proiezione situata proprio dietro il porto, aveva fatto mettere, al centro, una poltrona comprata il giorno prima da un antiquario, una specie di trono con un gran cuscino rosso e le frange dorate. Il cardinale arrivò a mezzanotte e mezza sulla sua Mercedes nera. 
A me non fu concesso di restare nella sala e non so se l’alto prelato vide davvero tutto il film o se dormì; probabilmente padre Arpa lo svegliava nei momenti giusti, quando c’erano processioni o immagini sacre. 
Fatto sta che alla fine disse: 'Povera Cabiria, dobbiamo fare qualcosa per lei!'. 
E penso che gli sia bastata una semplice telefonata.

 Qualcuno mi accusò pubblicamente di essere una specie di Richelieu, che invece di combattere alla luce del sole, tramavo dietro le quinte; per fortuna allora c’era la possibilità di perdere tempo in polemiche di questo genere. Ma insomma, il film fu salvato. A una stranissima condizione, però, posta dal cardinale: che fosse tagliata la sequenza dell’uomo col sacco. [...] 

L’episodio mi era stato ispirato da uno straordinario personaggio col quale avevo passato due o tre notti in giro per Roma: una specie di filantropo, un po’ mago, che in seguito a una visione s’era dedicato a una particolare missione: raggiungeva i diseredati nei punti più strani della città e distribuiva a tutti cibi e indumenti che teneva in un sacco. Questo ogni giorno. Con lui ho visto cose da fiaba. Sollevando la grata di certi tombini dove immaginavi ci fossero solo fango e topi, trovavi una vecchina che dormiva. Nei corridoi di un sontuoso palazzo di via del Corso, dove adesso c’è il Partito socialista, c’erano dei vagabondi che dormivano fino alle cinque della mattina, fatti entrare di nascosto dal guardiano di notte. L’uomo del sacco conosceva tutti questi posti: a uno faceva una iniezione, all’altro dava da mangiare. 



Nel film immaginai che Cabiria lo incontrasse sull’Appia Antica, mentre tornava a casa alle prime luci dell’alba brontolando perché un cliente mascalzone non l’aveva pagata. Vedeva l’uomo del sacco scendere da una macchinetta e avviarsi verso le cave di tufo, fermarsi sul ciglio di una specie di grande voragine e chiamare per nome una donna; da un lurido anfratto usciva allora una vecchia puttana che Cabiria conosceva come la Bomba Atomica, ridotta ormai a condurre una vita da topa. Poi Cabiria accettava di tornare a casa sulla macchinetta dell’uomo del sacco e restava molto colpita dai suoi racconti. 


Era una sequenzina molto commovente, ma che fui costretto a togliere; evidentemente in certi ambienti cattolici dava fastidio che nel film ci fosse quell’omaggio a una filantropia del tutto anomala, affrancata da mediazioni ecclesiastiche.  E non è ridicolo che il sindaco di Roma, quando uscì Cabiria, protestasse perché avevo messo le puttane in un luogo – la Passeggiata Archeologica – che lui s’era tanto adoperato a render degno della capitale? [...] 




QUALCHE DETTAGLIO PRATICO:   
Vedrete che ho trascurato quasi interamente pettegolezzi, e letture agiografiche e tutta quella narrativa marketing o delle fazioni della battaglia politica, a meno che non potesse essere utile a fare un ritratto dell'epoca, inoltre ho dato molto spazio alle cose minori, silenziose, come ad esempio Nino Rota, senza la cui presenza l'arte di Fellini non sarebbe universalmente nota e riconoscibile, per il suo suono,  come e'. 
Dove ho potuto ho citato la fonte. Le immagini non sono mai o quasi mai legate ai testi, per motivi di stile e per le stesse ragioni invece quando uscite dal sito dovete ritornarvi da voi. Qualche volta i brani sono in in lingua originale, soprattuto documenti e recensioni, e lo indico sempre. Le pochissime cose oltre a questa che ho scritto io medesima, e non sono pensieri di Fellini, o di interesse sulla sua storia nella storia culturale del paese o sulla sua poetica, di solito di altri artisti o suo cari amici, viene indicato anche nelle tag, come "la nana di fellini". 
Su Twitter, Pinterest e Facebook nel tempo, per motivi diversi, ho creato delle piccole vetrine, in inglese anche,  di questo progetto, che spero possa scuotere soprattutto il mondo della cultura e delle arti, e ispirarci. Siate gentili. 

Qui un marcetta "di Carlotta", composta pare, dal vero Maestro Rota.


Paradiso Fellinesque



"Il cammino e' arduo, ma ben tre donne verrano in suo aiuto. La vergine, Lucia, e Beatrice. Un flusso di luce beata che invade così l'anima del poeta, che riprenderà' vigore e punterà' su Beatrice tutte le sue speranze. Perché e' Beatrice che si farà' intermediaria tra lui e Dio, e' sempre Beatrice che diraderà' le ombre e le inquietudini del pellegrino, facendogli superare i passi piu' difficili ed introducendolo alla scoperta di nuovi cieli. Beatrice diventa così simbolo di grazia, di bellezza, di verità e di pienezza, perduta com'e' in quell'amore che mi fa parlare .... 




Al di la' di questo canto il cuore si dilata in un respiro pieno: il viaggio sara' lungo ed il cammino alto e silvestre ma lassa ormai brilla una stella ... ".





(traccia di un soggetto su Dante e Beatrice, dato dal regista Fellini a Padre Angelo Arpa, e così riportato nel libro L'Arpa di Fellini, edizioni Oleandro. Immagini, vagamente ispirate all'Inferno di Dante, tratte dal Satyricon, ad evocare, genericamente "La divina commedia"). 

Questo archivio si usa come una mappa mentale, lasciando un messaggio contribuite alla conoscenza. Su questo tema potreste trovare altre voci e brani cercando: incompiuti, poesia, arpa. 



Il mistero del grande mistero



Molte sono le cose smisurate. 

Ma la piu' smisurata e' l'uomo.



(citazione tratta dal libro di Angelo Arpa, edizioni Oleandro, L'arpa di Fellini, una citazione magnifica, che sembra di averla come gia' sentita). 
E questo piccolo archivio funziona come una mappa mentale, le libere associazioni che trovate nella colonnina alla destra dello schermo sono piccole insegne per la vostra ricerca. Sapere che siete passati da qui, in qualche modo, anche condividendo questo post o lasciando infondo alla paginetta un pensierino, arricchisce il lavoro.



Recitare il diavolo o l'angelo





 "L'artista ha bisogno di atteggiarsi ad attore, di rappresentare un parte, sia di angelo  sia di diavolo, di genio e di reietto: come il rivoluzionario, del resto".




Tra le parole e le immagini non ci sono legami in questo archivio, se non forse fantasiosi, e per scelta, come accade tra le parole e le cose. Funziona come una mappa mentale, appoggiandovi alle suggestioni contenute nella colonna alla destra del vostro schermo, cercando voi stessi. Lasciate un messaggio per farci sapere che siete passati da qui anche voi. Il brano viene ricopiato da L'arpa di Fellini, di Angelo Arpa, Edizioni Oleandro, recentemente ripubblicato. Sul tema trovate altre schegge, altri lampi, cercando: padre arpa, artista, il lavoro del poeta, ad esempio




Preferisco credere a tutto

"Credo che nella vita ci sia molto di piu' di quanto conosciamo o conosceremo mai: religione, misticismo, fato e destino coincidono; la cosiddetta terra dell'ignoto: so che mi hanno deriso  perché ho detto che mentalmente  sono aperto a tutto: dall'astronomia allo Zen, da Jung alle sfere di cristallo. Ma quello che mi affascina e' la promessa dell'arcano ... ".



da L'arpa di Fellini, 
Angelo Arpa, pagina 52

Nella foto Fellini versione San Giuseppe, unica, raro ruolo da attore e giovane e biondo.



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