Visualizzazione post con etichetta chiesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chiesa. Mostra tutti i post

E' facile

Se invece di buttarle via, si leggessero qualche volta le carte dei cioccolatini, si eviterebbero molte illusioni / dal film 8 e 1/2



Proteggete la conoscenza, condividete questo post, con chi amate preferibilmente, i pulsanti sono in basso, e se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. 



La mediazione


Vedi, Angelo, questa Chiesa la possiamo e la dobbiamo criticare, per liberare delle tante possibili oppressioni, ma credo che dobbiamo essere anche molto onesti. L'uomo ha bisogno di una mediazione tra lui e il maestro. In questa ottica la Chiesa costituisce una grande e fortunata presenza. Capisci?. Una presenza che non si può eludere, la mediazione tra l'uomo ed il mistero. Il dramma e' quando la mediazione si fa mistero essa stessa. Allora si moltiplicano non solo le confusioni, ma anche le repulsioni .... 



Angelo Arpa

L'arpa di Fellini
edizioni Oleandro
pagina 136

NdR

Quel Vedi iniziale
non sa tanto di letterale 

Proteggete la conoscenza, condividete questo post, con chi amate preferibilmente, i pulsanti sono in basso, e se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. 





La cosa tremenda sono i giornalisti



Una volta realizzato, il film potrebbe anche non uscire. Forse sarebbe meglio. Perché la cosa tremenda comincia dopo. Una serie di proiezioni per questo e per quello, e ogni volta è un anno di vita che se ne va. E i viaggi, le prime di gala, i festival, le conferenze stampa. Scendi a New York suonato, dopo non so quante ore di volo, con la faccia verde, e trovi subito uno che ti chiede: Gelsomina rappresenta la chiesa cattolica?


Proteggete la conoscenza, condividete questo post, con chi amate preferibilmente, i pulsanti sono in basso, e se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui. 





Luna nuova


Il silenzio è la dimora pulita dell'Essere (U. Hots).


Ne La voce della Luna Fellini non ci ha lasciato un messaggio, ci ha introdotti a modo suo, sui sentieri del silenzio. Ad un certo punto giunge la Luna sulla terra, non dei poeti, ma delle nuove tecnologie della comunicazione che se non controllate renderanno incompatibile il convivere ed il vivere umano (...). La gente comune, la Chiesa. "Eminenza, la luna é scesa tra noi. Da sempre lassù ci potrà rivelare qualcosa di nuovo? Per sempio, se c'è qualcosa o qualcuno che ci attende dopo la morte? ...".
"La Luna - risponde il cardinale incrociando le mani - non ha nulla da rivelare, tutto è stato rivelato, tutto ...".Segue una baraonda (...). 



Brano tratto  da l'Arpa di Fellini, di Angelo Arpa. Edizioni l'Oleandro, l'Aquila, 2001. 

In fondo a questa paginetta ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere voi medesimi qualcosa: se lascerete un messaggio anche voi sarete passati da qui. La mappa che state usando funziona colle libere associazioni, conoscete leggendo, mentre in questa specie di archivio in movimento, le immagini ed i testi non hanno quasi mai relazione. Dove vedete scritto "QUI" si deve cliccare per ascoltare un audio o video.



La crostata di matrimonio



Si fidanzano subito; la zia viene conquistata all’istante con il dono di un cestino di fiori sotto il quale è nascosto un piccolo cocker meccanico; due paperelle invece per Giulietta, al primo invito in casa. In quei mesi la guerra precipita, cade il fascismo, arriva l’armistizio dell’otto settembre, Roma viene occupata dai nazisti. Fellini, essendo renitente alla leva, si rifugia sempre più spesso nell’appartamento della fidanzata, ed è in quelle settimane di paura – nei giorni lividi delle retate e delle bombe – che matura la decisione del matrimonio. Si sposano in casa, in via Lutezia 11: devono soltanto attraversare il pianerottolo e andare dal vicino, un anziano monsignore prelato di Santa Maria Maggiore, che ha la dispensa per celebrare messa fra le quattro mura domestiche.

Monsignor Cornagia, servito da due perpetue, ha un antiquato salotto foderato di damasco rosso bordeaux con piccoli gigli d’oro e un’angoliera che all’occasione si apre e si trasforma in un piccolo altare. Il giorno è il 30 ottobre del 1943. Rito semplicissimo, una dozzina di persone, i parenti più stretti e qualche amico; Geleng è testimone per lo sposo, Vittorio Caprioli per la sposa. Riccardo, il fratello di Federico, voce da tenore, canta l’Ave Maria di Schubert accompagnato da un armonium, come farà dieci anni più tardi replicando la medesima scena nei Vitelloni. Sono sposi di guerra, frugali e felici. Giulietta sogna il velo bianco ma indossa un semplice tailleur blu, però con un vezzoso cappello guarnito da due uccellini, Federico un doppiopetto grigio di tessuto sintetico, che pizzica e puzza.

Nell’aria c’è ancora odore di soffritto. Giulietta con la zia e la cameriera hanno passato la notte a cucinare: gli agnolotti, la carne al sugo, gli arrosti misti, la zuppa inglese, la crostata, una vera festa per i tempi che corrono, tutta roba comprata alla borsa nera, materie prime fornite da una contadina di Frosinone. Le partecipazioni le ha disegnate Fellini: una vignetta che farà ristampare cinquant’anni più tardi in vista delle nozze d’oro. Si vedono i due sposi vestiti come loro non erano vestiti: lei in abito bianco tradizionale, lui in tight e cilindro, inginocchiati al centro di un cuore dove si incontrano due viottoli di campagna. Da una nuvola un angioletto spicca un salto verso una casa: è il loro bambino, il bambino che purtroppo vivrà solo pochi giorni.

Niente viaggio di nozze, neppure dentro Roma città aperta: tutto quello che si concedono gli sposi è, nel primo pomeriggio, il teatro di varietà, in Galleria. A presentare è un giovane attore di belle speranze, Alberto Sordi, che dal palcoscenico rende omaggio agli sposi indicandoli al pubblico: sono già abbastanza famosi per riscuotere un applauso. Il resto della luna di miele, una settimana, lo trascorrono tappati in casa. 




Brano dalle Cronache, sabato 30 ottobre 1943: tratto da Laurenzi, Amori e furori, Rizzoli 2000. La foto e' tratta e trattata, dal film Satyricon. 
[...] data: sabato 30 ottobre 1943. Proteggete la conoscenza,  lasciate infondo alla paginetta un messaggio per far sapere che siete transitati da qui. L'archivio funziona come una mappa, navigate dentro voi stessi. La relazione tra testo e immagine qui nei post non esiste, fa da unico stile il caso. 



La rivoluzione dei timidi




"Io credo di essere una persona molto mite e pacifica, ma forse coltivo una passione segreta per la ribellione: non per quella politico-rivoluzionaria, ma per la trasgressione, questa e' una vera vocazione; trasgredire e magari premiato come trasgressore, dal sindaco o dal Papa".








Dall'ultima intervista a Fofi e Volpi, nel maggio del 1993. 

Disegno di Milo Manara. Film Amarcord, scena zio pazzo. 
Questo archivio funziona come una mappa mentale, cercate da soli. Lasciate alla fine della paginetta un segno del vostro passaggio. Grazie. 



La pasqua dell'arte e del tutto


Roma, Pasqua, 1993



Caro Federico,


Pasqua ritorna anche quest'anno nel segno della vittoria della vita sulla morte. E' la festa che bandisce tutti i nostri malanni (...).


Per me è la stagione della fede ma è anche la stagione dell'arte (...)


L'artista non é altro che un sovrano in cerca di terre sconosciute. Uomo come tanti conosce frane ed esaltazioni. Ma gli è impossibile l'inerzia, perchè la voce che lo chiama dentro é più forte di quella che lo spegne. 

A volte penso che l'avventura di un artista non sia tanto di raccontare storie, ma di inventare una sua storia, che abbia il pudore di chi non sa che cosa dire. 
Perchè riesce a dare solo quel poco che ha, e fra tante scelte, quel brano che non scrive mai, perché sarebbe la fine. Comunque il passaggio tra noi di un artista provoca sempre una sfida di valori ed un  liberante controcampo al prepotente della ragione, sulla vicenda esistenziale dell'uomo. Non è poco. Perché è necessario che ciò che é veramente umano non sia definito dalla sola razionalità (...). Approdare a questa riva costituisce la fatica solitaria di chi é nato nella stagione dell'arte. Per chi vive nella stagione della fede é trapianto indolore nella primordialità del tutto.

Angelo




Ultima lettera mandata da Arpa a Fellini, 
tratta dal libro di Padre Angelo Arpa, L'Arpa di Fellini,  edizioni L'Oleandro, ottobre 2011. Sul ruolo di amico e consigliere di Angelo Arpa e sulla sua vocina trovate alcune cose cercando il suo nome, in questa piccola mappa insieme ideale e sentimentale.  




Il censore vs. l'uomo del sacco





Questo interessantissimo, e per me illuminante brano, e' tratto da "Federico Fellini, Intervista sul cinema", a cura di Vieri Grazzini, un critico italiano e produttore, a cui devo molto, avendo egli, con infinita pazienza ed eleganza, per anni, di notte, in TV curato rassegne anomale, del cinema americano degli inizi del secolo scorso, in lingua: e la sua passione fu evidentemente come contagiosa. Il libro in questione invece venne  pubblicato da Laterza, Roma-Bari, 1983, pp. 102-103.  


QUI  propongo il trailer americano, molto enfatico ma tenero che rese una star e un'icona mondiale indimenticata Giulietta Masina, premio migliore attrice straniera, e premio miglior film agli Oscar. Musiche di Nino Rota, dialoghi di Pasolini.  




[...]  La censura aveva proibito il film e io non volevo che bruciassero i negativi. Così, seguendo il consiglio di un amico gesuita intelligente e forse un po’ spregiudicato, padre Arpa, andai a Genova da un cardinale famoso, considerato uno dei papabili e forse anche per questo assai potente, per chiedergli di vedere il film. In una minuscola saletta di proiezione situata proprio dietro il porto, aveva fatto mettere, al centro, una poltrona comprata il giorno prima da un antiquario, una specie di trono con un gran cuscino rosso e le frange dorate. Il cardinale arrivò a mezzanotte e mezza sulla sua Mercedes nera. 
A me non fu concesso di restare nella sala e non so se l’alto prelato vide davvero tutto il film o se dormì; probabilmente padre Arpa lo svegliava nei momenti giusti, quando c’erano processioni o immagini sacre. 
Fatto sta che alla fine disse: 'Povera Cabiria, dobbiamo fare qualcosa per lei!'. 
E penso che gli sia bastata una semplice telefonata.

 Qualcuno mi accusò pubblicamente di essere una specie di Richelieu, che invece di combattere alla luce del sole, tramavo dietro le quinte; per fortuna allora c’era la possibilità di perdere tempo in polemiche di questo genere. Ma insomma, il film fu salvato. A una stranissima condizione, però, posta dal cardinale: che fosse tagliata la sequenza dell’uomo col sacco. [...] 

L’episodio mi era stato ispirato da uno straordinario personaggio col quale avevo passato due o tre notti in giro per Roma: una specie di filantropo, un po’ mago, che in seguito a una visione s’era dedicato a una particolare missione: raggiungeva i diseredati nei punti più strani della città e distribuiva a tutti cibi e indumenti che teneva in un sacco. Questo ogni giorno. Con lui ho visto cose da fiaba. Sollevando la grata di certi tombini dove immaginavi ci fossero solo fango e topi, trovavi una vecchina che dormiva. Nei corridoi di un sontuoso palazzo di via del Corso, dove adesso c’è il Partito socialista, c’erano dei vagabondi che dormivano fino alle cinque della mattina, fatti entrare di nascosto dal guardiano di notte. L’uomo del sacco conosceva tutti questi posti: a uno faceva una iniezione, all’altro dava da mangiare. 



Nel film immaginai che Cabiria lo incontrasse sull’Appia Antica, mentre tornava a casa alle prime luci dell’alba brontolando perché un cliente mascalzone non l’aveva pagata. Vedeva l’uomo del sacco scendere da una macchinetta e avviarsi verso le cave di tufo, fermarsi sul ciglio di una specie di grande voragine e chiamare per nome una donna; da un lurido anfratto usciva allora una vecchia puttana che Cabiria conosceva come la Bomba Atomica, ridotta ormai a condurre una vita da topa. Poi Cabiria accettava di tornare a casa sulla macchinetta dell’uomo del sacco e restava molto colpita dai suoi racconti. 


Era una sequenzina molto commovente, ma che fui costretto a togliere; evidentemente in certi ambienti cattolici dava fastidio che nel film ci fosse quell’omaggio a una filantropia del tutto anomala, affrancata da mediazioni ecclesiastiche.  E non è ridicolo che il sindaco di Roma, quando uscì Cabiria, protestasse perché avevo messo le puttane in un luogo – la Passeggiata Archeologica – che lui s’era tanto adoperato a render degno della capitale? [...] 




QUALCHE DETTAGLIO PRATICO:   
Vedrete che ho trascurato quasi interamente pettegolezzi, e letture agiografiche e tutta quella narrativa marketing o delle fazioni della battaglia politica, a meno che non potesse essere utile a fare un ritratto dell'epoca, inoltre ho dato molto spazio alle cose minori, silenziose, come ad esempio Nino Rota, senza la cui presenza l'arte di Fellini non sarebbe universalmente nota e riconoscibile, per il suo suono,  come e'. 
Dove ho potuto ho citato la fonte. Le immagini non sono mai o quasi mai legate ai testi, per motivi di stile e per le stesse ragioni invece quando uscite dal sito dovete ritornarvi da voi. Qualche volta i brani sono in in lingua originale, soprattuto documenti e recensioni, e lo indico sempre. Le pochissime cose oltre a questa che ho scritto io medesima, e non sono pensieri di Fellini, o di interesse sulla sua storia nella storia culturale del paese o sulla sua poetica, di solito di altri artisti o suo cari amici, viene indicato anche nelle tag, come "la nana di fellini". 
Su Twitter, Pinterest e Facebook nel tempo, per motivi diversi, ho creato delle piccole vetrine, in inglese anche,  di questo progetto, che spero possa scuotere soprattutto il mondo della cultura e delle arti, e ispirarci. Siate gentili. 

Qui un marcetta "di Carlotta", composta pare, dal vero Maestro Rota.


I miracolosi legamenti


Sono stato in collegio a Fano come la maggior parte dei ragazzini della mia generazione, tra gli otto ed i quattordici anni diventava una stagione inevtabile: erano antichi sacerdoti, tenuto dai monaci che si chiamavano i carissimi, avevano quel collarino che misi poi ad Anita nella scena della Dolce Vita. 



Si metteva allora in collegio qualcuno che doveva essere educato, cambiato, e quindi gia' l'ingresso era qualcosa che ricordava un pochino il carcere; e l'educazione era l'educazione che moltissimi in Italia hanno avuto, una educazione castrante, mutilante, a carattere repressivo, dove il bambino era folle, pericoloso, qualcosa di malato, su cui intervenire pesantemente con codici, fatti educativi, terapeutici e mutilanti, quindi una diseducazione, adesso lo ho detto in tutti i miei film, di questi aspetti abberranti, di questo tipo di educazione che tentava di staccarti dalla vita e proiettava sulla vita tutta una serie di visioni deformanti, insomma una alterazione, che metteva il bambino fuori dalla vita. Cose che colla vita non avevano niente a che fare. 

Questo e' un tema ricorrente dei mie film, di questo tradimento fatto alla vita da questo tipo di educazione. Pero' con gli anni mi subentra una specie di visione diversa, non rinnego la polemica, voglio dire pero' che anche questo tipo di educazione mi ha nutrito all'incontrario, provocando delle forme reattive di difesa, ed ora non vorrei parere reazionari, ma anche i condizionamenti a modo loro sono stati utili, utili ovvio per chi puo' con la cultura o la vita stessa, di affrancarsi da questi condizionamenti e vederli da un punto di vista diverso, una operazione che non e' possibile per tutti quanti, ma io almeno ho ammorbidito  questo atteggiamento.

Ma penso comunque in tutta sincerita' di educare il bambino a guardare alla vita coi suoi occhi, e non con delle lenti che della vita danno una visione distorta, insomma bisognerebbe compiere un miracolo di formare dei maestri, ma chi li forma i maestri, che possano far sviluppare questo miracolo, che e' l'uomo bambino, senza tagliare e sopprimere i suoi legamenti misteriosi colla natura, con le dimensioni da cui viene, e proviene, farlo crescere radialmente, sfericamente, in tutte le direzioni. 
Invece sono state create persone nevrotiche, intere generazioni di gente che e' finita al cimitero o al manicomio, di gente deforme, gobbi, nani. 


8/5/77, Madrid. Intervista TV con J. Serrano
Il resto qui.

 



Codesto archivio digitale funziona come una mappa mentale, appoggiandovi come dalla destra dello schermo. Condividete questo post oppure, forse meglio se lascerete un segno del vostro passaggio nei commenti, arricchirete questo lavoro. Le immagini quasi mai sono legate ai testi, per scelta. Ogni volta che trovate la parola "QUI" andate su un sito esterno, per un audio o un video, o qualche volta un iper-testo. 

Finis dolce vita

«Fellini a Cinecittà sta girando finalmente “La dolce vita”. In un teatro di posa ha fatto ricostruire un pezzo di via Veneto, non l’angolo abitato dal poeta, quello più recente e affollato del Caffè de Paris. Davanti a quell’implacabile ricostruzione m’è venuto da ridere e subito dopo m’è presa una malinconia canina. In proiezione ho visto alcuni brani del film. Il gongorismo, l’amplificazione di Fellini nel ritrarre quel mondo di via Veneto fa pensare al museo delle cere, le immagini dei quaresimalisti quando descrivono la carne che si corrompe e imputridisce. Mi ricorda quei quadroni di Valdés Leal che sono a Siviglia nell’Ospedale della Carità, dove sui cadaveri di vescovi flottano cartigli di questo tipo: Finis gloriae mundi. Fellini quaresimalista? É un’ipotesi tentatrice.



1959, Ennio Flaiano

Guru coi lustrini o il naso rosso


Un uomo che parla agli altri deve avere la tonaca del profeta, e in testa il cilindro coi lustrini del pagliaccio. 


Ecco Bergman ha tutti e due.



Funny Face Shop

  
"Nel periodo caotico che seguì la liberazione di Roma il cinema non produceva, i giornali non c'erano più, la radio era nelle mani degli alleati. Con alcuni amici del Marc'Aurelio aprimmo una  bottega della caricatura. Si chiamava "Funny Face Shop: profiles, portraits, caricatures". Facevamo ritratti, caricature e disegni per i soldati americani appena sbarcati a Roma. 

Avevamo inventato una serie di vignette, di situazioni tipiche: un soldato americano al Colosseo che uccideva un leone, oppure a Napoli su una barchetta che pescava una sirena, o mentre sorreggeva la torre di Pisa con una mano. 

Ogni situazione veniva riprodotta in cinquanta, cento esemplari dove la testina veniva sempre lasciata in bianco. Le vignette erano raccolte tutte insieme in un grande album che veniva mostrato ai soldati (...). Una sera il locale era molto affollato, c'era sempre un'atmosfera da saloon, e all'impovviso in mezzo a tante divise dei soldati, ho visto uno in borghese, la faccia pallidina, un mentino aguzzo. Era Rosselini. Lo avevo conosciuto appena prima della guerra, all'Aci Film, una società di produzione di Mussolini: fece segno che mi voleva parlare. Si avvicinò lentamente, e si mise alle mie spalle. Io stavo ritraendo un soldato cinese. Mi chiese se volevo collaborare alla sceneggiatura sulla vita di Don Morosini. Io ero molto occupato colla bottega della faccia buffa, inoltre il cinema allora mi pareva una cosa remota, a noi italiani: ora che stavano ritornando i film di Gary Cooper e chissà quante Harlow (...). 




Il film sulla vita, di Don Morosini era Roma città aperta. Sorpresa del neorealismo e risposta al western all'americana. 


Questo archivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 






In poltrona, in lacrime



Poteva Fellini, uomo di talento, cercatore, umanista, scoppiare a piangere per un film? Cosa gli avevano fatto?

Qui una storia importante, lontana nel tempo, all'arrivo della modernita' in Italia, alla fine del tempo delle lucciole, all'inizio della secolarizzazione, una storia ancora tutta da raccontare, che vorremmo raccontare.

PS: prego notare la poltrona di Fellini, di freudiana memoria, prego notare la terrazza invernale a Roma con un'ospite 





Questo archivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete. 


Era come andare in chiesa




Maciste all’inferno é il primo film che abbia visto, al Fulgor di Rimini: Ero bambino, stavo in braccio a mio padre. La sala era piena, accalcata, fumosa. Ne ebbi una impressione sconvolgente. Allora andare al cinema era un vero e proprio rito,  era come andare in chiesa, anche se in chiesa non c’era quell’atmosfera accaldata e fumosa» 



(Federico Fellini, Costantini 1996). Il cinema Fulgor oggi restaurato, trasformato, in altro, da Dante Ferretti, per conto del governo italiano.  Questo archivio-omaggio funziona come una mappa mentale, condividete i post che leggete o lasciate un piccolo segno del vostro passaggio 


Il miracolo senza peso





La Dolce Vita fu vista per la scena dell'orgia finale?  Accadde questo a Milano, quando il film usci' in sala?  E quale fu il gesuita solitario, che venne dall'India, ed aiuto' Fellini, in lacrime?. Le puntate precedenti di questa storia incredibile oggi, la trovate cercando ma qui la viva voce di un testimone, che disse subito che era un film morale. 

Dieci anni dopo Pasolini disse che era un film cattolico. Cosa scandalizzo' il popolino e cosa il potere?. Fu Paolina, alla fine, vera eresia?.  Molte risposte di peso e senza peso qui

Cose oggi lontanissime.



Questo piccolo archivio-omaggio funziona come una mappa mentale, navigatelo e condividete i post che leggete o lasciate un piccolo segno del vostro passaggio, se ne avete avuto un qualche giovamento. Sul tema della Dolce Vita, ci sono vati brani, e tra questi cercate: censura, oscar, la dolce vita, bomba, paolina.




Why?


Why the Pope loves Fellini

Here





Questo archivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete.