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La Presenza sempre benefica


Nell’ufficio di Corso d’Italia, e prima ancora nello studio di via Sistina, Fellini teneva una piccola fotografia appesa sulla parete alle spalle della scrivania, ed era di Bernhard, tra i pochi angeli custodi che vegliavano silenziosi sulla sua vita e sul suo lavoro. Nel terzo cassetto in basso a sinistra dello scrittoio, chiuso a chiave e avvolto in un drappo di seta nera, conservava l’I King, il ‘libro delle mutazioni’, nella prima edizione Astrolabio rilegata in nero, che l’amico terapeuta gli aveva regalato. 
Nel suo sfrenato individualismo il regista rifiutava ogni paternità, sosteneva di non avere alcun debito di formazione, neppure con Roberto Rossellini che pure considerava il padre Adamo; e tuttavia ammetteva che se doveva riconoscere un’influenza nella propria vita, l’unica persona importante era stata Ernst Bernhard. E nella sua voce affiorava immutabilmente una impalpabile incrinatura. Sosteneva di averlo conosciuto per un equivoco, telefonando a un numero scritto su un foglietto che gli era venuto tra le dita nella tasca della giacca e credeva appartenesse a una ‘bella signora”. Dall’altra parte del filo gli aveva invece risposto una voce maschile dall’accento tedesco, che l’aveva invitato ad andarlo a trovare nella sua abitazione di via Gregoriana, spiegandogli che non esistono casualità ma coincidenze; e spesso le nostre azioni meno consapevoli ci indicano la strada da seguire. Federico l’aveva ascoltato, ed erano diventati amici.
Non è certo che il regista sia stato in analisi da lui, non nel senso di una frequenza preordinata di metodo freudiano; a quanto pare, s’era trattato piuttosto di un itinerario conoscitivo di impronta junghiana. Federico si recava da Bernhard come un oracolo da consultare. 
Tra i quaderni dedicati ai pazienti che il terapeuta custodiva con scrupolo, e che oggi sono conservati in Austria poiché finiti in mano alla sorella di Dora Friedlander, sua seconda moglie, non figurano fascicoli con sopra il nome di Fellini. 
Distrutti, scomparsi, mai esistiti? 
Può darsi che le loro conversazioni, per un certo periodo assidue (ne esiste traccia nei Diari in cui Dora annotava le confidenze del marito, la sera a letto, prima di addormentarsi), non rivestissero per Bernhard un vero carattere di psicoanalisi, ma rappresentassero piuttosto lo scambio fecondo tra due nature particolarmente creative. 
Da quanto potevo dedurre, Fellini non seguiva un rigido programma di appuntamenti, ma ricorreva allo psicologo quando si trovava in stati di incertezza o di difficoltà a prendere decisioni; oppure anche ne cercasse la preziosa consulenza per i film in cui si avventurava nel linguaggio specifico dell’inconscio, come in “Otto e Mezzo” e soprattutto in “Giulietta degli Spiriti” (l’amico morì nello stesso anno di uscita del film, 1965). In ogni caso Ernst Bernhard, anche dopo scomparso, continuò a rappresentare un insostituibile riferimento per tutta la vita; e quando Federico interrogava con religiosa compunzione il libro cinese de responsi, certamente era anche a lui che si rivolgeva.
Ernst Bernhard era stato allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo, e il fondatore della Psicologia Analitica quando ne aveva bisogno di appoggiava alle sue approfondite conoscenze astrologiche e chirologiche. Nel 1936 per sfuggire alle leggi razziali di Hitler contro gli ebrei, si era trasferito a Roma; e nella sua abitazione di via Gregoriana, adiacente a Trinità dei Monti, aveva creato assieme a Dora, ancora sua fidanzata, un cenacolo importante di studi esoterici. Ne riferisce ampiamente Luciana Marinangeli in “Risonanze Celesti – L’aiuto dell’astrologia nella cura della psiche, uscito da Marsilio. L’editore Aragno ha pubblicato, a cura della medesima studiosa, “Lettere a Dora”, l’intero epistolario intercorso tra Ernst e Dora Friedlander nel corso dell’anno in cui lo psicanalista venne assegnato dal regime fascista al campo di internamento di Ferramonti, in Calabria, a 35 Km da Cosenza. Per aggirare il censore, i due corrispondenti si trattavano da cugini affettuosi (sembra che lo fossero molto alla lontana) e non mancavano di evidenziare in testa alle missive i propri crediti accademici, illudendosi che potessero valere come un possibile futuro salvacondotto.  Bernhard ne approfittava anche per disseminare abilmente nel testo rassicurazioni sulla propria posizione estranea all’ebraismo, da cui si era distaccato fin dal lontano 1925 abbracciando il cristianesimo.
Ernst era stato prelevato a Roma all’improvviso l’8 giugno del ‘40, due giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, recluso in un primo tempo nel carcere di Regina Coeli e successivamente internato a Ferramonti, il campo di prigionia allestito alla meno peggio in una zona paludosa e malarica, dove si inviavano a morire i nemici del regime. Dora, l’innamorata che ne aveva condiviso il destino venendo con lui in Italia, era una persona estremamente fragile e per molti versi dipendente psicologicamente dal compagno; al quale era legata oltre che dall’amore anche dagli studi parapsicologici a cui si dedicavano insieme con identica passione. In non poche lettere si comunicano gioie, preoccupazioni e speranze disegnando i ‘glifi’ zodiacali, le quadrature, le congiunzioni. Entrambi interrogano affannosamente il cielo in cerca di presagi e di risposte; ma mentre Dora riversa in ogni investigazione uranica la sua angoscia, Ernst per rincuorarla e sostenerla, cerca sempre di decifrare negli astri un quadro positivo, in cui le difficoltà appaiano piuttosto foriere di cambiamenti a loro favore. Applicava per indole e per apprendimento la visione junghiana, e orientale, del mutamento propizio degli eventi, che tanto conquistò Fellini portato per criscarattere a rendere produttivi i contrasti. Il regista aveva Marte in Bilancia, credo che ciò significhi un’aggressività depurata dall’impeto cieco, più coordinata alla ricerca di un equilibrio anche nella istintiva bellicosità.
Bernhard aveva intravisto motivi di ottimismo nella figura del direttore del campo, il Comandante di Pubblica Sicurezza Paolo Salvatore definito da Renzo De Felice “afascista”; il quale “riuscì a dare alle leggi inique un’interpretazione conciliante mostrandosi leale e rispettoso verso gli internati.”
Intanto Dora, dalla sua adorata Roma che continua a immortalare “in meravigliose fotografie in bianco e nero”, riesce a inviare a Ernst “i cerotti, i francobolli, il chinino, la tiroxina, il paralume di carta, le focacce, il cioccolatino”. Lui l’ha salvata da una tendenza depressiva ereditata dalla famiglia di origine e “con le lettere dal campo riesce a impedirle una deriva psichica più grave”. Lei contemplando una sua foto gli bacia le mani: “Ti ringrazio, ogni ora, sempre e per sempre.” E’ intensamente conquistata da quell’uomo speciale che la Marinangeli descrive “alto e stempiato, dall’aria distinta, lo sguardo attento e benevolo, e una testa curiosa, a uovo.”Dora bussa a ogni possibile porta per liberare Bernhard dal campo di concentramento; ma sarà decisivo l’incontro con il famoso scienziato orientalista Giuseppe Tucci. Ernst l’aveva sognato senza ancora conoscerlo, cinque anni prima a Berlino: si trovava in una caverna attraversata da soldati nemici, chiedeva da mangiare e un militare gli offriva del latte; era “un italiano con un viso di indiano.” Ernst sarà miracolosamente liberato il 14 aprile 1941 e tornerà nella casa di via Gregoriana, rimanendo nascosto in una stanza semi murata, anche grazie alla complicità degli altri inquilini. Non cesserà mai di credere nella Divina Provvidenza, che definisce “la misteriosa Presenza sempre benefica.”
Il 5 maggio 1965, un mese e mezzo prima che Bernhard si spegnesse, Federico è visitato da un sogno premonitore riguardo alla morte dell’amico terapista e le parole che scrive hanno un tono disperato:
« “Amore  mio” (sottolineato) dico travolto dalla commozione, vorrei aggiungere altro ma temo che Bernhard possa notare nel mio dolore una sfumatura istrionesca, di compiacimento letterario».
Tre giorni prima della morte dello psicanalista, Federico annota nel libro dei sogni questa “visione ipnagogica”. La data è del 25-6-1965 e il regista chiama Bernhard “mio vero padre”:
«Violentissima sensazione di realtà. Ho udito lo schianto dei vetri. Ho fatto un balzo sul letto con la certezza che veramente qualcuno mi avesse lanciato un mattone (contro il parabrezza della mia auto)
Stavo missando Giulietta degli spiriti. Erano le 10 di mattina, una giornata di piena estate. Mi telefona da fuori Aluigi… – Hai saputo? – – Cosa? – Ieri sera è morto Bernhard! –
Sono corso a casa sua. La moglie sulla porta mi ha detto – Deve vederlo. E’ così bello! –
Sono entrato nello studio e molte cose erano come nel sogno che avevo fatto un mese prima. C’era un giovane vestito di nero, pallidissimo, bello un po’ effeminato, languoroso, funebre come molti giovani del sud. Era Antonio Gambino. Guardavo Bernhard che giaceva sul letto, che pace profonda, che serenità, l’aria attorno era limpida, profumata.
Vorrei poter vivere senza di te, vivere di te di ciò che hai saputo donarmi… Ti debbo moltissimo della mia vita. Ti debbo la possibilità di continuare a vivere con momenti di gioia. Ti devo la scoperta di una nuova dimensione di un nuovo senso di tutto, di una nuova religiosità… Grazie per sempre amico fraterno, mio vero padre. Aiutaci ancora spirito limpido, beato. Pace alla tua anima buona. Ricordati di noi, ti vogliamo tutti un bene dell’anima. Addio addio amico del cuore, santo uomo vero.»
Dopo la scomparsa di Bernhard, Fellini continuò a frequentare la moglie Dora, occasionalmente, in una decina di sedute che si esaurirono nel 1967.
Tramite un calcolo utilizzato dagli astrologi orientali per conoscere la durata della vita di una persona, Ernst già da molti anni aveva stabilito la data della propria morte, con un errore di soli otto giorni.
Chissà cosa il terapista aveva visto nel ‘cielo’ di Federico. 



(da Articolo 21, Gianfranco Angelucci, maggio 2019).  

Su di lui so di poter contare sempre



Ma c' è una verità che mi sta molto più a cuore e che vale molto di più per me, ed è che l' incontro con lui mi ha regalato la vera amicizia, quella rara e preziosa di un fratello maggiore ideale, più intelligente, più profondo, più sensibile di me. Un fratello che mi vuole bene, con il quale posso dire tutto, che è capace di capire tutto senza giudicare. Su di lui so di poter contare sempre [...]  Federico mi ha raccontato il momento del ritorno alla coscienza. Ancora vago e confuso, stava immobile a terra e la prima cosa che vide fu un paio di scarpette nere come Topolino, le calzette su due gambe infantili. Era un bambino. Federico chiese aiuto, gli disse di andare a cercare qualcuno che potesse aiutarlo. Il bambino lo guardava, stava zitto e continuava a guardarlo. Federico continuava a chiedere aiuto e, finalmente, il bambino parlò. In tedesco. E vaffà ' n culo, pure il bambino tedesco! Abbiamo riso e io gli ho ripetuto che come inizio di film sarebbe stato meraviglioso. ' Perciò te l' ho raccontato' , ha detto lui. ' Va bene, mi sa che mi tocca tornare a lavorare con te!' .  [...] [...] La magia di lavorare con Fellini è che con lui sei contemporaneamente due cose ugualmente esaltanti: sei attore e spettatore.


Da un'intervista rilasciata al telefono, il giorno dopo la morte di Fellini (Repubblica). Mah. 







Il funerale di mio padre


«Soltanto al suo funerale mi sembrò di vedere mio padre  come doveva forse essere. Nel corteo dei suoi amici rattristati  e dolenti c’erano due o tre donne piacenti, materne, sensuali,  dovevano avere un bel ricordo di papà. Piangevano e i fazzoletti si tingevano di rimmel e di rossetto. Fu quell’immagine a farmi capire che papà sarebbe stato un vero e grande amico» 


 Nella foto una scena de Il Bidone, che a pensarci bene questa cosa potrebbe capitare a tutti, in toto o in parte. Siate gentili, navigate usando le tag a destra, condividete con i pulsanti in basso. 


Non posso che dire questo



Vittorio De Seta, importante nome del cinema italiano, era già da tempo legato alla consuetudine dei “colloqui psicologici” con Ernst Bernhard quando decise di consegnare il numero telefonico dell’analista all’amico e collega Federico Fellini. I due registi si incontrarono in un momento difficile per Fellini, dovuto ad un impasse creativo e ad alcune particolari esperienze di tipo extrasensoriale che riteneva di aver vissuto. 

Lo stesso Fellini ha raccontato ad Aldo Carotenuto, che ha riportato la conversazione mantenendone l’alone fiabesco e misterioso caro all’artista romagnolo, di come avvenne l’incontro con Bernhard. Sollecitato da De Seta a contattare il medico berlinese, Fellini lasciò il numero, annotato su un biglietto, nella tasca di una giacca, rimandando la telefonata. Ma un giorno, ritrovatolo, decise di comporre il numero: egli era però convinto che fosse il recapito di qualche donna frequentata tempi addietro, e non avendone scritto il nome, decise di esordire con un : “Pronto, è Maria?”. Rispose l’accento tedesco di una voce maschile, che dichiarò: “No, sono il dottor Bernhard”. Dopo un rapido scambio di battute i due si diedero un appuntamento per conoscersi; è il 1960. Un inizio di rapporto, forse un po’ romanzato, ma che ben si addice a questi due poco ordinari personaggi. Il rapporto non è analitico in senso stretto, ma molto libero, nello stile bernhardiano, e consta di colloqui di tipo psicologico, lavoro sui sogni, conversazioni; talora i due proseguono le “sedute” nella pizzeria sotto casa di Bernhard. 




Egli diviene in breve tempo un punto di riferimento per il grande regista, che legge voracemente Jung, apprende la consultazione dell’I Ching, ed inizia soprattutto ad annotare quotidianamente i propri sogni, dando vita al 96 cosiddetto libro dei sogni (composto di quattro volumi scritti a mano), di cui sono stati pubblicati solo alcuni stralci e che giace in una cassaforte, non ancora consultabile per motivi notarili, presso la Fondazione Fellini. L’artista inoltre spesso dipingeva le proprie immagini oniriche, a volte illustrandole a mo’ di fumetto. Fellini è assai reticente nel parlare di Bernhard anche con gli amici, mantiene piuttosto segreti i suoi incontri con lui, per proteggere un legame che sente importante ed intimo: “quando è l’ora di andare in via Gregoriana sparisce e basta”. Bernhard aiuta Fellini non solo nell’indagare il mondo onirico, che diverrà di assoluta importanza per la sua successiva attività creativa, ma anche per placare certi stati d’ansia dovuti alle esperienze “extrasensoriali” del regista, e le fantasie che a volte eccedendo, lo spaventano, riconducendo le frontiere delle percezioni al loro aspetto psicologico; proprio in questi anni, fra l’altro, si collocano le esperienze felliniane con una “spiritista” romana ed il suo esperimento con l’Lsd. Il bagaglio degli incontri con Bernhard si fa prezioso per i film di Fellini, e ciò è facilmente intuibile in 8 e ½ e Giulietta degli spiriti oltre che nel successivo Satyricon ; ma in generale viene inaugurata una nuova stagione del cinema felliniano, in cui l’ inconscio fa la sua entrata in scena nel mondo di celluloide. Non a caso Fellini, in ripetute interviste, si dichiarò fortunato nell’aver incontrato l’opera junghiana, che lo stimolò nella vita e nell’arte.116 115 Kezich, T., 1987. 116 Fellini F., in Grazzini, G., 1983: “La lettura di qualche libro di Jung, la scoperta della sua visione della vita, ha avuto per me un carattere di gioiosa rivelazione, una entusiasmante, inattesa, straordinaria conferma di qualcosa che mi sembrava di avere in piccola parte immaginato. Devo questa provvidenziale, stimolante, affascinante incontro a una psicoterapeuta tedesco, il professor Bernhard.” 




 Lo stesso vale per Vittorio De Seta e per il suo film Un uomo a metà apparso sugli schermi nel 1966, un anno dopo la scomparsa di Bernhard; la pellicola si apre con una frase, che anticipa sintetizzandole le vicende narrate: “Non nascondere le tue piaghe agli occhi tuoi e degli altri poiché verranno a cancrena e sarà la morte, esponile piuttosto alla luce del sole e sarà la salute”. Subito dopo le prime inquadrature, fatto inusuale per il cinema di quegli anni, appare una dedica: ad Ernst Bernhard. Il film di De Seta, narrando la storia del giovane Michele, ripercorre e ripropone alcuni temi cari a Bernhard e a Jung, concentrandosi sul percorso evolutivo e trasformativo del protagonista. E si conclude con una citazione di Jung: “Ciò che prima dava origine a feroci conflitti e a paurose tempeste affettive, appare ora come una tempesta nella valle, vista dalla cima di un’altra montagna. Non per questo la tempesta è meno reale, ma si è sopra, non dentro di essa”, frase che allude al superamento della prova, ma che cozza con l’immagine del protagonista che nel finale è ancora avvolto nelle sue tenebre interiori, espressione probabilmente del lutto del regista per Bernhard. Nello stesso periodo anche Fellini lavora ad un progetto mai portato a termine, Il viaggio di G. Mastorna, lavoro che muove dalla perdita di Bernhard, fatto che aprirà un periodo emotivamente duro, in concomitanza alle fredde reazioni nei confronti delle ultime produzioni cinematografiche. Ne Il viaggio di G. Mastorna, copione illustrato, scritto nell’estate del 1965, si trova una sorta di tentativo di dare voce artistica ad una frase di Bernhard degli ultimi periodi di vita, cara a Fellini: “patire la morte in piena coscienza”. Il progetto non vedrà mai la luce, per le alterne vicende di Fellini e produttori: solo anni dopo, e a seguito di molte insistenze, il fumettista Milo Manara convincerà Federico a trasporre il lavoro in forma di fumetto, così come del resto era nato. 




 Concludendo, le riservate ed intime parole di Fellini su Bernhard: “Per quanto mi riguarda, anche se il mio rapporto con lui ha dato luogo ad una specie di fecondazione che è ancora attiva, la sua morte è stata comunque un’interruzione, perché era il maestro, quello che mi aspettava a certi traguardi, a certe tappe. Ora il suo ricordo mi accompagna. Ma comunque è sempre una mancanza. Sì, non posso che dire questo, è una mancanza”

 Forse anche per far fronte a quest’assenza, Fellini seguiterà a mantenere e a creare nuovi rapporti, sia personali che professionali, con gli allievi di Bernhard, come Trevi e Draghi, e visitando la casa di Jung a Bollingen, luogo privato cui riuscirà ad accedere per la sua notorietà, sarà accompagnato da Pignatelli e Carotenuto.


TESI DI LAUREA ERNST BERNHARD (1896-1965):  
Un “maestro scomodo” della psicologia del profondo  di  Mario Ganz Matricola N°433491 /PS 

Grazie della condivisione. 




Dinocitta' e la morte





Selezione di una lunga ed originale disamina dell'influenza di Fellini  nei media con alcuni casi di lanci, di Raffaele De Berti.
Interessante la sezione iconografica, dai rotocalchi. QUI.



 L’idea, però, viene ben presto abbandonata per puntare su Il viaggio di G. Mastorna, un film che Fellini ha in mente da molti anni, da quando nel 1938 ha letto a puntate sulla rivista “Omnibus” il romanzo Lo strano viaggio di Domenico Molo di Dino Buzzati. 
Inizia quindi un intenso rapporto con lo scrittore milanese che dura più di un anno e porta alla stesura, con la collaborazione anche di Brunello Rondi, di una sceneggiatura  che ha come protagonista un violoncellista, Giuseppe Mastorna, che per un concerto deve raggiungere Firenze in aereo da Amburgo. L’aereo è costretto a un atterraggio di emergenza e qui inizia il viaggio di Mastorna, da morto, che lo porta a rivedere la sua vita e le persone che ha conosciuto. Si tratta di un film, come scrive Kezich, che pur non realizzato ha molte analogie con i film successivi di Fellini, nei quali la morte è un tema ricorrente da «accogliere come abbiamo accolto la vita».
Tra la primavera e l’estate del 1966 negli studi di Dinocittà sulla Pontina vengono costruite alcune grandi scenografie, tra cui una piazza con la cattedrale di Colonia: tutto sembra pronto per iniziare il film quando Fellini, sempre più incerto e depresso per la crisi di creatività che attraversa, decide a metà settembre di scrivere una lettera a De Laurentis, nella quale dichiara di non poter realizzare Il viaggio di G. Mastorna. Inizia una lunga controversia tra il regista e il produttore, che porta all’accordo di riprendere la realizzazione del film tra aprile e maggio 1967, ma la notte del 10 aprile Fellini è ricoverato d’urgenza in ospedale. Tra malattia e convalescenza passano altri mesi e Alberto Grimaldi, produttore dei western di Sergio Leone, rileva i diritti del film. Ma ormai Fellini ha rinunciato al progetto e al suo posto realizzerà per Grimaldi Toby Dammit (1968) ... 



Dalle immagini iniziali delle scenografie costruite e inutilizzate a Dinocittà per Il viaggio di G. Mastorna si passa al Colosseo di notte, dalle scene di film storici muti sui romani girate appositamente in forma parodistica e proiettate in un affollato cinema di provincia si passa a un’escursione sull’Appia Antica di Fellini con alcuni collaboratori e il medium Genius alla ricerca dello spirito di Roma antica. Una ricerca dell’antichità romana che continua nella metropolitana in compagnia di un archeologo, nel macello comunale per ritrovare in alcuni lavoratori i volti e i gesti dei gladiatori e nella “passerella”, nello studio del regista a Cinecittà, di una serie di personaggi incredibili per il casting del Satyricon [...]. 





QUALCHE DETTAGLIO PRATICO: si tratta di una mappa, a destra la semantica per navigare: non trovate pettegolezzi, o letture agiografiche e quella narrativa marketing della politica, che 40 anni dopo è  insensata, per il lettore ordinario. Trovate invece musica, arte, filosofia, poetica, mistica, dubbi, vita.
Le fonti sono citate, proteggetele. Se usate questo lavoro citatelo. Proteggete la conoscenza. 
Le immagini non sono mai o quasi mai legate ai testi, per motivi di stile ma qualche volta sono fatte dalla curatrice. Le pochissime cose che non sono pensieri di Fellini, tag, come "la nana di fellini", o i suoi sceneggiatori, o critici.
Su Twitter, Pinterest e Facebook nel tempo sono state aperte delle finestre, in inglese anche,  di questo progetto, come asset diplomatico e culturale. 
Qui un marcetta "di Carlotta", composta pare, dal vero Maestro Rota.



L'arrosto di casa tua





Oggi interrompo il catalogo delle parole di Fellini e occupo questo spazio con un ricordo, perché mi arriva notizia dal mondo che l'attrice della Dolce Vita, la Ciangottini, è molto vecchia e va a Passoscuro coi bambini a ricordare quel film, e che finale! Si mette anche in vendita la casa Fellini & Masina ai Parioli, in una strada dove sono andata una volta sola a Capodanno, in tanti anni che vivo a Roma, e dove viveva Matteo Garrone: e alla sua festa di fine anno scambiai, forse io, forse l'altra persona, non ricordo più _ si era tanto giovani allora - il cappottino nero di chachemire comperato a Via Sannio, accorgendomene settimane dopo - si è tanto distratti. 


Così oggi interrompo il catalogo delle voci per un ricordo piccolo piccolo, che arriva dal passato. Non so dirvi perche', ma mi e' piu' caro dei film che feci, da bambina e comparsa, dei doni che ebbi da Fellini, e di tante altre cose. L'affetto si appiccica dove gli pare a lui ... 



Quando ero piccola vedevo le cose come quando si è piccoli. 


Tipo che Fellini era questo omone, amico della zia e della mamma, che disegnava sempre e ti guardava negli occhi. I grandi non guardano mai negli occhi. 


La prima volta che andai a casa di Fellini, a Fregene, mi rimasero impresse tre cose: la sua casa non gli somigliava (era infatti borghese, freddina, convenzionale, messa su da Giulietta). Son tutti fatti dello spirito quelli che sentono i bambini. Aveva divani di velluto, e questo mi lasciò ammutolita, perchè non li avevo visti mai dei divani colle frange, come stirati, e di un color verdino tristino giallino. Dopo molto tempo, cercando materiale per questo lavoro, li ho ritrovati in fotografia, e somigliavano ancora a quel ricordo. Il giardino era enorme, con grandi pini, ma Fregene pareva un posto triste e buio, un posto dove avere paura. Non so se fui delusa, non credo, ma stupefatta. 

Da grande ho capito che raramente le case assomigliano alle persone. 

Quando lui venne a casa nostra, accadde invece, che la mia mamma si agitò molto un arrosto (tema inconsueto  a casa mia, dove si mangiavano pancake, e involtini greci di riso e gulash e luganegha, stranezze internazionali figlie della curiosità di mia mamma e del suo lavoro alla FAO, tema che restò per anni  come un fatto straordinario: l'ansia da arrosto). Inoltre volle comprare una tovaglia elegante per questa cena, dove venne Giulietta. Noi si aveva i mats, allora, e nelle serate di festa si mettevano grandi piatti di ceramica calabri a tavola e cesti africani.  Grigia, di lino, coi ricami bianchi  ogni volta che la trovo nei cambi di bauli o di stagione penso: la tovaglia di Fellini. E mi vien così da ridere. Quante tovaglie furono comperate in suo onore, da tanta gente, e quante altre cose, cerimonie, favori, regalie, richieste, intercessioni ... chissà. Noi invece solo sta tovaglia assurda. 

Qui si racconta che stanno vendendo la sua casa romana, prima di via Margutta, ai Parioli. Qui invece Mastroianni tra le braccia di Anita Ekberg: "sei la madre, la sorella, l'amante, l'amica, l'angelo, il diavolo, la terra, la casa. Sì, ecco sei la casa tu, la casa". 


QUALCHE DETTAGLIO PRATICO:   Vedrete che ho trascurato quasi interamente pettegolezzi, e letture agiografiche e tutta quella narrativa marketing o delle fazioni della battaglia politica, a meno che non potesse essere utile a fare un ritratto dell'epoca, inoltre ho dato molto spazio alle cose minori, silenziose, come ad esempio Nino Rota, senza la cui presenza l'arte di Fellini non sarebbe universalmente nota e riconoscibile, per il suo suono,  come e'. 
Dove ho potuto ho citato la fonte. Le immagini non sono mai o quasi mai legate ai testi, per motivi di stile e per le stesse ragioni invece quando uscite dal sito dovete ritornarvi da voi. Qualche volta i brani sono in in lingua originale, soprattuto documenti e recensioni, e lo indico sempre. Le pochissime cose oltre a questa che ho scritto io medesima, e non sono pensieri di Fellini, o di interesse sulla sua storia nella storia culturale del paese o sulla sua poetica, di solito di altri artisti o suo cari amici, viene indicato anche nelle tag, come "la nana di fellini". 
Su Twitter, Pinterest e Facebook nel tempo, per motivi diversi, ho creato delle piccole vetrine, in inglese anche,  di questo progetto, che spero possa scuotere soprattutto il mondo della cultura e delle arti, e ispirarci. Siate gentili. 

Qui un marcetta "di Carlotta", composta pare, dal vero Maestro Rota.





Incontri Ravvicinati




Quando girai Duel, a 25 anni nel 1971, non ero mai stato fuori dagli Stati Uniti. I produttori mi dissero  che lo dovevo promuovere in Europa e il primo posto fu Roma. 
Nella mia camera d’albergo quando squillò il telefono. Una voce femminile disse: ‘Il Maestro vuole conoscerla’. 

Chi? ‘Mr. Fellini‘.

 Sono sceso di corsa e c’era Federico nella lobby che mi aspettava.  Mi ha adottato per i tre giorni successivi, facendomi scoprire Roma. Siamo rimasti sempre in contatto scrivendoci.  

La sua assistente mi ha svelato che prima di morire l’ultima lettera  che ha voluto leggere è stata una delle mie. Avevamo moltissimo in comune: soprattutto un grande amore per l’assurdo.»



In fondo a questa paginetta ci sta uno spazio vuoto, predisposto come un fumetto, per scrivere voi medesimi qualcosa: se lascerete un messaggio anche voi sarete passati da qui. La mappa che state usando funziona colle libere associazioni, conoscete leggendo, mentre in questa specie di archivio in movimento, le immagini ed i testi non hanno quasi mai relazione. Dove vedete scritto "QUI" si deve cliccare per ascoltare un audio o video.




Il magnetismo delle storie




Cercavo un cognome e aprendo il catalogo dei telefoni  
di Milano ho dato un nome ad un personaggio. Mastorna. E questo pero' e' un progetto in attesa, uno dei pochi 

che non ho fatto. E' un film che faro', per ora ha nutrito nella profondità tutti gli altri, e che ho abbandonato, c'e' un po' di Mastorna nel Satyricon, nel Casanova. Ma comunque non si e' esaurito. 
E' come l'uranio, che continua a mandare il suo fertilizzante, senza scaricarsi. E' una promessa che ho fatto tante volte, di farlo, ma e' diventato un film pilota, che mi serve per fare degli altri film. 

Quando non so che fare mi dico faccio il Mastorna, e quindi ha una sua funzione produttiva ...





Queste a seguire solo alcune delle pochissime cose rimaste da questa megaproduzione, controversa, quasi leggendaria, avvolta nell'alone della superstizione e nel mito delle cose incompiute. Alcuni studiosi italiani, giovani, cineasti, si son messi alla prova, cercando di farne un documentario, di cose ritrovate, anche su Youtube. 

Lo trovate qui. 

Si chiama Il viaggio di G. Mastorna di Federico Fellini - Un esperimento di ricostruzione, di Marco Mion.
 Tecnicamente si chiama rubamatic, qualcosa che avrebbe forse lasciato sgomento Fellini, disperato gia' per l'avvento della TV e degli spot. 

Ma non e' detto, ed in ogni caso e' impossibile saperlo. 

I dieci reperti, che vi propongo qui in fotografia, sono il soggetto del film, il libro pubblicato recentemente da Quodlibet, due spezzoni dal provino, Fellini alla viola che prova la parte del protagonista, un bozzetto etc.. 
















 



Codesto archivio digitale funziona come una mappa mentale, appoggiandovi come dalla destra dello schermo. Condividete questo post oppure, forse meglio se lascerete un segno del vostro passaggio nei commenti, arricchirete questo lavoro. Le immagini quasi mai sono legate ai testi, per scelta. Ogni volta che trovate la parola "QUI" andate su un sito esterno, per un audio o un video, o qualche volta un iper-testo. 

La secolare pigrizia




"L'italiano non vuole ritrovarsi,non vuole conoscere le verità individuali, chiude la porta ad ogni tentativo di parlare con se stesso. Per pigrizia, quasi animalesca, cerca altrove protezione [...]"






Una foto stupenda. Brano tratto da una intervista al Il Tempo, dicembre 1985.



 



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Tortellini & melodrammi




Un ricordo domestico, tratto da A tavola con l’amico Federico, di Renzo Renzi, collaboratore, amico, sceneggiatore, per anni accanto a Fellini.   Nella foto Fellini al matrimonio di Renzi con Teresa Curtarello.
  



Federico entrò in dimestichezza con la mia famiglia, cioè con mia moglie e mia figlia, nell’occasione del mio matrimonio, quando mi fece da testimone di nozze sul cucuzzolo di San Lorenzo, in collina. Fu in quell’occasione che Fellini cominciò a chiamare mia moglie, Teresina.  Quando lo andammo a trovare a Roma ci portò dalla Cesarina, che prima teneva una trattoria a Bologna, in via Santo Stefano, ma che poi si era trasferita a Roma per seguire la figlia, anch’ella abbastanza fresca di matrimonio. “La Cesarina” era il ristorante bolognese a Roma nel quale ci si dava appuntamento per mangiare i tortellini. Ora, a Roma, in via Sicilia, presso via Veneto, il ristorante ospitava gente dei ministeri, e, insomma, gente di comando. La Cesarina ci aveva portato le sue energiche abitudini di romagnola: una volta che vide una signora molto ingioiellata spegnere la sigaretta nel piatto dei suoi tortellini, le si avvicinò e disse: “La mia bella signora, se non viene più qui mi fa un vero piacere!”. La Cesarina era una delle contadine romagnole che piacevano tanto a Fellini. Un’altra volta la Cesarina pretese di regalare a mia moglie un altro piatto di tortellini perché s’era accorta del pancione che la Teresina aveva, mentre aspettava l’arrivo di Lisetta, nostra figlia.



Ma il vero primo incontro con la nostra famiglia fu a Cinecittà, durante le riprese del “Satyricon”. E precisamente durante una scena nella quale una mulatta con i seni nudi continuava a correre in su e in giù per il set senza che alcuno nella troupe mostrasse segno di turbamento. Poi Fellini ci portò a consumare il pasto nel suo piccolo appartamento. E fu lì che scoprimmo la gran dieta che Fellini stava seguendo, siccome mangiò solo un po’ di insalata scondita. Questo fu anche l’avvio di una serie di pranzi tra Roma e Bologna. Da allora, quasi ogni domenica mattina, Fellini mi avrebbe chiamato al telefono. E se, invece che me trovava la Teresina, subito diceva: “Ma che bella voce che hai, Teresina!”.






Una sera venne a cena con Giulietta. C’erano anche Zangheri e altri amici. A Fellini era stata proposta la regia dell’“Aida”, ad inaugurazione del Teatro Comunale restaurato. Mentre Giulietta caldeggiava la nostra proposta (durante il viaggio gli aveva raccontato la trama dell’“Aida”), Federico era molto perplesso. “Che c’entro io col teatro?”. Il maestro Dellman, per convincerlo, era disposto a fargli sentire tutta l’“Aida” al pianoforte. Ma Fellini non cedette. Il teatro non era il suo mestiere. Eppure... uno dei suoi film più inattesi e più belli, “E la nave va...”, sarà pieno di cantanti e di melodramma che è uno dei suoi molti padri. A tavola si parlava di ogni cosa, del mago Rol e del pittore Balthus, che voleva fargli il ritratto. Qualsiasi argomento era trasmesso dalla sua voce mite: era l’amico con il quale si poteva parlare di tutto. Finché un giorno mia moglie decise che poteva chiederlo. Federico conosceva il suo lavoro, l’avrebbe presentata in una mostra? Forse non tutti, anzi pochi lo sanno, ma mia moglie fa collages che a me sembrano assai belli. In quell’occasione venne apposta a Bologna e Fellini parlò di Teresa alla tv, mentre aveva già scritto il suo pezzo per il catalogo di presentazione della Galleria S. Luca. Teresa gli fece anche un ritratto, che ora si trova a Rimini alla Fondazione Fellini.

È passato tanto tempo. Finché una domenica mattina al telefono chiese a Teresa: “Teresina, siete arrabbiata con me? Non riesco più a fare niente. Mi sento vuoto!”. 

Poco dopo se ne andò.




Il resto del racconto e' qui o cercando nelle tag di questo spazio, creato come una mappa mentale, la vostra e quella de
 la conoscenza,  se lascerete un messaggio farete sapere che anche voi siete passati da qui ed espanso l'universo vostro, come direbbe un poeta. La relazione tra testo ed immagine in questo lavoro e' solitamente del tutto casuale. 



Adesso, adesso, adesso, adesso

«La necessità di archiviare 
definitivamente nella memoria cose che non sono morte, che non sono più vive, e la scoperta di accettare il presente per quello che è, senza più 
questa compiacenza fantasiosa e molle di certi miti della memoria».

dall'intervista inedita a André Delvaux
trascritta fedelmente nel numero di giugno 2002, 
della rivista di studi felliniani Amarcord, realizzata dalla Fondazione. 

Questo archivio funziona come una mappa mentale, per associazioni libere, cercate da soli: le immagini solitamente non sono legate ai testi, mentre sempre i link esterni restano esterni, per rispetto della cultura digitale, che questo piccolo spazio testimonia; poi lasciate una traccia del vostro passaggio qui, se volete.